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martedì 17 giugno 2014

'Salem's Lot (Stephen King)

   Il secondo romanzo di Stephen King è un racconto di vampiri dichiaratamente ispirato al Dracula di Stoker: cosa accadrebbe se Dracula sbarcasse nell'America degli anni '70? E' questa la premessa da cui King partì. Novello Dracula, il Barlow di 'Salem's Lot è un gentleman affascinante che giunge nella sonnolenta cittadina di provincia per farne la sua tana.
   Detto questo, il romanzo offre molto di più che un semplice omaggio al progenitore di tutte le storie vampiriche. Innanzitutto c'è un originale commistione di generi, in cui King butta dentro il classico tema della casa stregata - vedasi The Haunting of Hill House di Shirley Jackson - che permette riflessioni non banali sulla natura del male e sulle sue conseguenze sulla realtà. L'infezione vampirica che contagia la città, poi, è in effetti fuori dagli standard della letteratura di genere: di fatto, nessuno si rende conto a 'Salem's Lot di quello che sta succedendo, salvo lo sparuto manipolo di cacciatori di vampiri improvvisati costituito dai protagonisti. La città continua la sua vita pigra, per inerzia, senza notare la lenta morte a cui va incontro: sotto quest'aspetto il libro ha molto più a che vedere con Invasion of the Body Snatchers che con i classici topoi vampirici, con il disgregamento della società dall'interno, l'azzeramento della personalità e la sua sostituzione nello stesso involucro corporeo, che però contiene una creatura aliena. Quello con il classico film di fantascienza è un parallelo proposto da King stesso, che al periodo in cui scrisse il romanzo (1973-74) era profondamente deluso dalla scena politica americana e la corruzione dilagante.
   Troviamo per la prima volta diversi dei luoghi comuni della letteratura kinghiana: un protagonista scrittore che deve venire a patti con un trauma personale (e ci sono già i barlumi di indagine psicologica che prenderà piede del tutto nel successivo The Shining), il ruolo dei bambini come detentori del potere della fantasia e dell'immaginazione, nonché del potere che deriva dal credere nell'immaginazione (ruolo qui incarnato da Mark Petrie), e non meno importante l'ossessione per le piccole cittadine e per il male che vi cova segretamente all'interno. Riguardo a quest'ultimo punto, la città di 'Salem's Lot non è che un prototipo dei successivi teatri delle classiche vicende Kinghiane come Derry e Castle Rock.
  Il romanzo presenta ancora qualche punta acerba e qualche ingenuità da primo pelo, ma è un'ottima seconda prova che porterà alla definitiva consacrazione di Stephen King nel suo romanzo successivo. 'Salem's Lot è un piccolo classico, e King stesso l'ha definito il suo preferito tra i suoi lavori.
   Note in calce: il personaggio di padre Callahan ritornerà molti anni dopo nella serie The Dark Tower, in cui il romanzo stesso gioca una piccola parte. 'Salem's Lot, inoltre, compare in due racconti brevi raccolti nell'antologia Night Shift: One for the Road e Jerusalem's Lot.

lunedì 9 giugno 2014

A Memory of Light (Robert Jordan & Brandon Sanderson) + The Wheel of Time

   Estenuante.
  Non riuscirei a trovar parola migliore per descrivere l'intera serie, così come l'ultimo volume. Quattordici mallopponi della mole di 800 pagine l'uno (se ci va bene), in cui regnano pagine e pagine di nulla assoluto. Se i primi quattro o cinque volumi erano libri con una trama relativamente autoconclusiva, dal sesto in poi Jordan ci ha sommerso di personaggi, sottotrame, situazioni portate avanti al limite del sostenibile che si trascinavano avanti con la lentezza di una mandria di tartarughe.
   Ora, io non sono uno di quei lettori che brama che succedano cose. Uno dei miei libri preferiti in assoluto è The Mists of Avalon, in cui il massimo dell'azione sono le conversazioni tra le donne della corte di re Artù. La differenza è che Mists ha dei personaggi dannatamente interessanti, affonda le sue radici in una tradizione letteraria ben definita, ha delle tematiche precise e per niente banali.
   The Wheel of Time non ha nulla di tutto ciò. E' puro divertimento per nerd appassionati di fantasy, e come tale tutto ciò che richiedo è di essere intrattenuto. Se questo intrattenimento viene a mancare... beh, iniziano i problemi. Intendiamoci, non odio The Wheel of Time, anzi. Per certi versi è una saga che amo. Amo l'isteria compulsiva di ogni personaggio femminile, amo la stupidità di fondo delle Aes Sedai, amo il modo idiota con cui vengono presentate le relazioni tra i due sessi: è tutto così assurdo da risultare esilarante. Gli spunti seri, poi, non è che manchino: la natura e la ciclicità del tempo, l'equilibrio tra principio maschile e femminile, la natura del male e del libero arbitrio. Peccato che Jordan non abbia mai avuto le capacità letterarie di sviluppare tali temi in maniera decente, e li abbia fatti affondare - lo ripeto - in migliaia di pagine in cui a dominare è il brodo allungato.
   Per quanto mi riguarda, la serie si mantiene su una sufficienza strappata, che può alzarsi o abbassarsi drasticamente a seconda che siate patiti di fantasy o meno.
    Venendo a questo A Memory of Light, vero e proprio tour de force che ha finalmente portato la saga alla sua conclusione, mi sento abbastanza certo sul dire che si sia rivelato una delusione: se i precedenti due volumi di Sanderson sembravano aver riportato la saga nel pieno dell'azione, quest'ultimo volume abbassa il tiro. L'azione c'è, ma sembra essere fine a se stessa. L'intero libro non è che una sequela estenuante di battaglie, di cui vengono spiegati con ogni minuzia dettagli tecnici di cui sinceramente poco mi interessa. L'epicità della tanto agognata Tarmon Gaidon non è presente sulla pagina: sembra quasi che a combattere sia uno sparuto numero di incanalatori, quando a mobilitarsi sono forze di decine di migliaia di individui. Anche il One Power stesso viene usato in maniera molto meno spettacolare di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Avrei desiderato circoli di Aes Sedai e Asha'man che creassero autentiche meraviglie, volevo vedere le esplosioni, il sangue, la disperazione, e invece sono rimasto a bocca asciutta.
   Di fronte a tutto ciò, la maggior parte dei personaggi si riduce alla stregua di una schiera di pedine da spostare e sacrificare in nome della trama. Personaggi che un tempo erano al centro delle vicende, come Nynaeve e Moiraine, risultano del tutto sacrificati. Rand stesso non fa che passare la maggior parte del tempo ingaggiato in una lotta "psicologica" con il Dark One che tutto sommato non è né così interessante come vuole essere, né così spettacolare. Per non parlare di personaggi su cui in passato si era investito enormemente (Morgase, Padan Fain, Slayer), che qui vengono mostrati quasi come in cameo estesi, al punto da chiedersi perché non averli lasciati sullo sfondo da subito.
   Il libro ha poi dei palesi esempi di una caratteristica di Jordan che mi ha sempre fatto bellamente incazzare: il perdere tempo con dettagli insignificanti e liquidare gli eventi potenzialmente più interessanti in due righe, o raccontandoli in modo che sia il lettore a dover trarre le sue conclusioni. Qui ne sono un chiaro esempio lo scambio di corpi finale tra Rand e Moridin, che (a quanto ho capito) sfrutta quella connessione tra i due dovuto allo scontro tra balefire avvenuto diversi libri prima. Il modo in cui ciò avviene è un mistero assoluto, come lo è il motivo per cui Rand, alla fine, riesca ad accendere la pipa senza usare il One Power.
   Totalmente insoddisfacente, come già detto, lo scontro tra Rand e il Dark One, che si protrae senza scossoni, senza un colpo di scena, tutto liscio e prevedibile: dopo quattordici libri e più di vent'anni di vita della saga, era lecito aspettarsi qualcosa di più. La stessa cosa vale per l'epilogo: sbrigativo, scarno, liquida con poche parole personaggi a cui ci siamo affezionati, nel bene o nel male, senza darci un minimo di spiraglio su come sarà il loro futuro, o il futuro del mondo in cui vivono. La colpa, qui, è tutta di Jordan, perché Sanderson si è limitato ad usare l'epilogo che Jordan aveva scritto anni prima.
   Insomma, un fallimento abbastanza grosso, per quanto riguarda il finale.
   La serie, o la si odia o la si ama. O tutti e due. Per quanto mi riguarda, non sono più un ragazzino appassionato di D&D, quindi quello che ha da offrire The Wheel of Time non mi basta.

martedì 29 aprile 2014

The Book of Lost Tales (J. R. R. Tolkien)

   I due volumi del Book of Lost Tales sono i primi nella serie The History of Middle-earth, una collana di ben dodici volumi in cui Christopher Tolkien raccoglie e analizza materiale non pubblicato, appunti e storie lasciate incompiute da parte di suo padre.
   The Book of Lost Tales non è che una sorta di proto-Silmarillion, la primissima versione di quella cosmogonia che Tolkien avrebbe continuato a limare e rimaneggiare fino alla sua morte. Il primo volume documenta (in modo molto più dettagliato rispetto alla versione "finale" del Silmarillion) la creazione di Arda, dalla musica degli Ainur fino alla creazione di Kôr (versione primitiva di Tirion), e prosegue con la distruzione degli alberi da parte di Melko(r), la fuga dei Noldoli (Noldor) e l'occultamento di Valinor.
   Il tutto è presentato sotto forma di storia raccontata all'interno di un racconto cornice: il protagonista è Eriol/Ælfwine, un marinaio inglese che giunge a Tol Eressëa al "Cottage of Lost Play" ("la casetta del gioco perduto", uno dei nomi più poetici ed evocativi che mi sia mai capitato di sentire), nel quale gli elfi gli raccontano di Eru e della creazione del mondo.
 Ciò che colpisce di più in questi racconti è il livello di dettaglio e immaginazione che Tolkien immette nella pagina, sintomo di una fantasia sfrenata e di una passione totale per il mondo da lui creato. Ci sono dettagli fantastici che scompariranno del tutto negli scritti successivi, come diversi Valar aggiuntivi (Makar, Measse, Omar), la descrizione minuziosa delle aule dei Valar della morte, il lunghissimo racconto della creazione del Sole e della Luna (il cosiddetto Narsilion).
   Se le minuzie riguardanti la creazione di Arda abbondano, risultano invece ancora abbozzate le storie dei Noldor e i loro protagonisti. La complessa genealogia che Tolkien svilupperà è qui assente, e sono ancora confuse le relazioni esatte tra i protagonisti. Gli stessi Silmarilli, che nel Silmarillion saranno il motore catalizzante dell'intera vicenda, e perno del destino di Arda, hanno qui una funzione marginale, e non rappresentano ancora la materializzazione della santità di Valinor che avranno in seguito (esemplare, a tal proposito, il riferimento al fatto che il Silmaril finito nelle mani di Melko sia stato irrimediabilmente corrotto dal suo tocco, mentre nel Silmarillion lui non può nemmeno toccare il sacro gioiello).
  Nel secondo volume sono presenti le grandi storie epiche che avrebbero benissimo potuto meritare dei romanzi a sé stanti: il racconto di Tinúviel (Beren e Lúthien), la storia di Turambar, la caduta di Gondolin, la storia della Nauglafring (la collana dei nani) e il racconto di Eärendel. Rispetto al primo volume, qui cede il forte aspetto di potenza visiva che caratterizzava il primo. Pur se il dettaglio è sempre maggior che nella versione pubblicata nel Silmarillion, manca quel senso di coesione che collega le storie l'una all'altra e che andrà a formare un solo, potente fiume di epicità.
   L'intero Book of Lost Tales è scritto in un inglese arcaico, tanto affascinante quanto ostico e prosaico. Tutto, a partire dai dettagli e dal linguaggio, verrà snellito nelle versioni successive, mentre si andrà ad aggiungere quella fitta rete di connessioni e di personaggi che unisce una storia all'altra. Ad ogni racconto segue un corposo commento di Christopher Tolkien che illustra come si sarebbe evoluto il racconto in questione nel corso del tempo, completo di dettagli sulla nomenclatura, sulla collocazione temporale del testo e sulla natura stessa dei manoscritti originali.
   Come dare un voto complessivo alla raccolta? E' difficile. Senza dubbio le storie sono una testimonianza fondamentale del genio del loro creatore, nonché un certosino lavoro di ricostruzione filologica, ma viene da chiedersi se tutto il materiale pubblicato meritasse effettivamente di vedere la luce. Se da una parte alcuni dei racconti fanno rimpiangere che Tolkien li abbia abbandonati o pesantemente rimaneggiati (l'intera cornice al Cottage of Lost Play, i minuziosi dettagli su Valinor e sui Valar), altri non sono altro che miseri stralci di idee appena buttate su carta (la storia di Gilfanon, quella di Eärendel e il racconto finale che avrebbe dovuto collegare la storia di Valinor con il nostro mondo, spiegando così l'origine delle fate). Christopher Tolkien nutre senza dubbio un amore folle per l'eredità lasciata dal padre, ma tende a farsi prendere troppo la mano.
   Si tratta in definitiva di un lavoro senza dubbio affascinante, una manna dal cielo per i fan di  Tolkien, ma che avrebbe forse richiesto un maggior lavoro di compressione e scrematura nelle parti meno "compiute".

giovedì 24 aprile 2014

Carrie (Stephen King)

   Carrie è il primo romanzo di Stephen King. Il libro che ha iniziato tutto. Il libro che ha dato i natali letterari all'uomo che ha segnato la mia vita.
   Sì, perché io Stephen King ce l'ho nel sangue, nelle ossa, nella testa. Anche se negli ultimi anni mi ci sono un po' allontanato, come un figlio che si allontana giustamente dai genitori quando diventa grande, alla fine il mio cuore è sempre con lui. Ancora ricordo quel giorno (prima media? Seconda?) in cui feci la sua conoscenza alla mostra del libro, in cui acquistai la mia copia ormai scomparsa di Incubi e deliri. La mia professoressa (Giuliana Garugli, se mi leggi, sappi che ti ricordo ancora oggi), accanita kinghiana, mi disse di attendere, perché non era una lettura adatta ad un undicenne. Aveva ragione da vendere. Eppure non l'ho ascoltata, e non me ne sono pentito per un secondo, nonostante la mia salute mentale abbia qualcosa da ridire a proposito.
   Ora, dopo questa appassionata dichiarazione d'amore che potrebbe fruttarmi un settimana in uno dei migliori sanatori del paese, torniamo a noi. Salvato dal cestino della carta straccia da quella santa donna di Tabitha King, Carrie è un libretto snello, veloce da leggere, tal taglio estremamente realistico. Per aumentare la sensazione di "vero", King ha inserito una quantità forse esagerata di fittizi ritagli di giornale, articoli, stralci di libro e finte testimonianze, tutti riguardanti il caso mediatico suscitato dalle azioni della protagonista telecinetica.
   Opera solida, deliziosamente acerba, Carrie è una testimonianza monumentale di quale inferno sia l'adolescenza. E King non ne ha per nessuno: i bulli sono dei personaggi totalmente privi di cuore e di scrupoli, degli sbandati totali privi del benché minimo briciolo di umanità; gli adulti sono assenti o, nel caso di miss Desjardin, alla fine falliscono nel tentativo di compiere il loro dovere. Carrie stessa è un personaggio per il quale è impossibile provare simpatia (King stesso ha ammesso di odiarla): è una ragazza passiva, debole; dovremmo parteggiare per lei, ma King la presenta in un modo oscuramente ambiguo, al punto da farci credere che noi stessi, avendo avuto a che fare con una Carrie nella nostra vita, non l'avremmo di certo trattata con rispetto. Il massacro finale, che in altre mani avrebbe dovuto risultare catartico, non viene presentato come tale: non è altro che il passo definitivo verso l'inevitabile autodistruzione della protagonista.
   Adattato nella celeberrima pellicola di Brian De Palma, Carrie ha lanciato Stephen King nell'olimpo dell'horror (e non solo). Considerato che contiene i germi di tutta la produzione successiva di King (comprese le sue ossessioni per la religione e il male che alberga nella provincia), direi che si è meritato tutto il suo successo.

The Silmarillion (J. R. R. Tolkien)

   The Silmarillion, pubblicato nel 1977, è la seconda (che io sappia) pubblicazione postuma delle opere di Tolkien. Curato dal figlio Christopher - che ultimamente sembra voler spremere fino al midollo persino le liste della spesa scritte dal padre, vista la quantità di materiale inedito che sta pubblicando di recente - il Silmarillion è sostanzialmente un'enorme, denso, epico volume che narra le vicende di Arda (il mondo creato da Tolkien) dalla sua creazione fino agli eventi narrati in Lord of the Rings.
   Il buon vecchio Tolkien, che aveva trascorso la sua intera vita a inventare, creare, rimaneggiare, limare, eliminare qualunque cosa riguardasse il suo universo fantastico, aveva lasciato un'enorme quantità di appunti al momento della sua morte. Le sue note erano in costante evoluzione, e non è praticamente mai giunto a produrre una versione definitiva della storia di Arda. Nella compilazione del Silmarillion, Christopher decise di usare le versioni più recenti degli scritti di suo padre, in modo da evitare il più possibile di incorrere in incongruenze con lo Hobbit e con Lord of the Rings, che rimangono gli unici due libri sul mondo di Arda pubblicati durante la vita di Tolkien. L'enorme mole di materiale originale risalente ai primi anni in cui Tolkien scriveva su Arda venne poi pubblicata, sempre da Christopher, nei primi tomi della History of Middle Earth, ossia i due volumi del Book of Lost Tales.
   Mi risulta difficile parlare con obiettività del Silmarillion: si tratta di un'opera complessa, di difficile definizione. Non è un romanzo, non è una raccolta. Per fare un paragone azzardato, si potrebbe trattare di una sorta di Bibbia di Arda, un'insieme di racconti mitopoietici legati da spazio, personaggi e tematiche. Pur essendo un libro dalle dimensioni relativamente contenute, il Silmarillion contiene un numero sterminato di nomi, personaggi, storie che si incrociano nello spazio e nel tempo. E' una vera e propria opera mitologica che, nelle intenzioni iniziali dell'autore, avrebbe dovuto fingere da narrazione fittizia per le origini della storia e della cultura inglesi. Lo stile è quello distaccato proprio delle narrazioni epiche del Beowulf e del Kalevala: narrazione che raramente si avvicina ai personaggi, psicologie pressoché inesistenti ma esplicitate dalle parole stesse dell'autore, discorsi diretti ridotti all'osso. Ciò che in un normale romanzo, quindi, risulterebbe essere un difetto mortale, qui assume i connotati dell'epicità senza tempo delle antiche saghe nordiche, dei cicli di Re Artù e del Mabinogion.
   Ciò che risulta sorprendente, a primo acchito, è la densità dei fatti narrati. Con estrema nonchalance, Tolkien dipana un fittissimo arazzo di eventi che coprono un arco temporale di più di 5000 anni. Ogni singolo capitolo del Silmarillion avrebbe meritato senza se e senza ma un romanzo a se stante della stessa lunghezza di Lord of the Rings. E' quindi un po' con l'amaro in bocca che, almeno per quanto mi riguarda, rimpiango che Tolkien non sia mai riuscito a mettere ordine tra il gargantuesco numero di idee che continuava a partorire. Tuttavia c'è da dire che Tolkien, a quanto pare, fosse diventato sempre meno interessato alle storie in sé, e che sul finire della sua vita avesse investito tutta la sua attenzione sull'aspetto filosofico della sua creatura: il concetto di "dono" di Eru (la morte degli uomini), il concetto di immortalità degli elfi e via dicendo.
   Ancor più di Lord of the Rings, il Silmarillion racchiude in sé la summa della visione del mondo dell'autore: nella storia del mondo il male è un concetto impossibile da estirpare completamente. Il creato, Arda, sono intrinsecamente "buoni", ma suscettibili alla corruzione. L'intera storia di Arda è una continua "caduta" da uno stato di bellezza e armonia iniziale, a uno in cui gran parte di questa bellezza viene perduta irrimediabilmente. Centrale anche in quest'opera è la presenza di un artefatto magico - in questo caso più artefatti: i meravigliosi Silmarilli, attorno ai quali ruota il destino delle vicende narrate, che mettono anche qui in primo piano il tema dell'avidità che era preponderante in Lord of the Rings. Se però, in quest'ultimo, l'unico anello era intrinsecamente malvagio, i Silmarilli sono quanto di più puro potesse esistere: il loro posto, infatti, alla fine non sarà nel mondo, ma verranno perduti. Non bisogna pensare, nonostante ciò, che la visione di Tolkien fosse pessimistica: la corruzione è sempre  combattuta attivamente da coloro che trovano che si sia sempre qualcosa di valido da salvare.
   Per quanto mi riguarda, si tratta di un capolavoro contenente una miriade di altri capolavori purtroppo non venuti in essere.

venerdì 27 dicembre 2013

The Mists of Avalon (Marion Zimmer Bradley)

   The Mists of Avalon (Le nebbie di Avalon), della compianta Marion Zimmer Bradley, è stato pubblicato nel 1983. Esattamente dieci anni dopo ha visto la luce un prequel, The Forest House, scritto in collaborazione con Diana L. Paxson perché la salute della Zimmer Bradley si andava ormai deteriorando. The Forest House segnò l'effettiva nascita del ciclo di Avalon, una serie formata esclusivamente da prequel del romanzo originale, e continuata, dopo la morte di Marion, dalle sole mani della Paxson.
   The Mists of Avalon è una rivisitazione del ciclo arturiano, operazione attuata già un'infinità di volte all'epoca della pubblicazione del romanzo (molto successo avevano avuto The Once and Future King di T. H. White - da cui venne tratto il famoso La spada nella roccia della Disney - e la serie iniziata da Mary Stuart con The Crystal Cave). La Zimmer Bradley stessa era al corrente del fatto che l'idea alla base del romanzo non fosse esattamente originale. L'elemento assolutamente rivoluzionario dell'opera fu la scelta di rinarrare gli eventi ben noti esclusivamente dal punto di vista dei personaggi femminili: sono quindi praticamente assenti le battaglie e le avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda, come i grandi spazi aperti delle foreste e della campagna britannica in cui esse si consumano. Abbiamo invece gli ambienti chiusi dei castelli e delle stanze in cui le donne passano il tempo a filare, i focolari e le sale da banchetto.
   Sono diverse le donne a cui la Zimmer Bradley affida i vari punti di vista: Ginevra (Gwenhwyfar), Viviane, Igraine, Morgause, Elaine, Nimue, Niniane... e Morgaine. E' a quest'ultima - la Morgana nota come una temibile fattucchiera, per la quale l'autrice adotta uno spelling più arcaico - che è affidato il compito di narrare la parabola dell'ascesa e della caduta di Camelot. A questo punto, è doveroso aprire una parentesi: al tempo della scrittura del romanzo la Zimmer Bradley aveva abbracciato il neopaganesimo. Nel libro si trovano palesi riferimenti alla wicca gardneriana, ai lavori di Margaret Murray, a Il ramo d'oro di Frazer. Attorno a tutto ciò l'autrice costruisce una mitologia fittizia imperniata sulla Dea (e, in tono minore, sul Dio) di stampo del tutto wiccan. L'Avalon del romanzo è il principale centro di culto della Dea, la cui venerazione è messa in pericolo dall'avanzata inarrestabile del cristianesimo. La Morgaine protagonista del romanzo rende sua unica ragione di vita il preservare l'antico culto dal bigottismo irrazionale dei preti: sacerdotessa di Avalon, Morgaine diventerà la Dama del Lago dopo la morte della sua tutrice, Viviane (nel ciclo di Avalon quello di Dama del Lago è un titolo, come anche quello di Merlino, motivo per cui vengono designati più personaggi in tal modo).
   E' con Morgaine che la Zimmer Bradley espleta lo scopo ultimo del suo romanzo: dare voce all'oppressione femminile portata avanti dal cristianesimo, il tutto presentando in una luce completamente nuova una figura che, tradizionalmente, è sempre stata mostrata come un personaggio semplicemente malvagio, senza però una vera ragione di esserlo. Morgaine, nella sua disperata crociata per non far soccombere il paganesimo, si macchia effettivamente degli atti di cui la tradizione la accusa - complotta contro Arthur/Artù, si immischia negli affari personali di Gwenhwyfar e Lancelet pur sapendo di far soffrire delle persone, commette indirettamente omicidio - ma si tratta di azioni ampiamente motivate da una personalità forte e da un obiettivo ben saldo nella sua mente. Non abbiamo quindi la solita maliarda fatale e seduttrice, ma una donna a tutto tondo, esplorata con maestria in un ritratto psicologico invidiabile: Morgaine è passionale e appassionata, sofferente nel suo amore mai corrisposto verso Lancelet; ma è al contempo distante, forse anche fredda, misteriosa e manipolatrice... o perlomeno è così che la vedono i personaggi che non sanno vedere in lei i vari aspetti della Dea. L'autrice ci fa soffrire con lei, ci fa esultare per la sua causa, ci travolge nell'onda degli eventi di un'intera generazione osservati dagli occhi imperscrutabili di Morgaine.
   I ritratti psicologici delle donne protagoniste non si esauriscono certo con quello di Morgaine: personaggio polare a lei è quello di Gwenhwyfar, una Ginevra strappata tra l'amore per Lancelet e la devozione ad Arthur (anche per lei, come per diversi altri personaggi, l'autrice usa per il nome spelling meno noti). Gwenhwyfar è tutto ciò che Morgaine non è: debole, insicura, agorafobica, intimorita dalla sua stessa ombra. La sua personalità pavida la fa rifugiare sempre più tra le braccia consolatorie del cristianesimo, portandola molto vicina al fanatismo. E' soprattutto l'influenza di Gwenhwyfar su Arthur a mandare a monte il lavoro di Morgaine, motivo per cui il rapporto tra le due è costantemente in bilico tra l'odio e l'affetto. E' proprio la descrizione del loro rapporto uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato nel raccontare i personaggi: donne assolutamente antitetiche, Morgaine e Gwenhwyfar hanno ogni ragione di odiarsi; eppure, in quella solidarietà femminile che la Zimmer Bradley descrive molto bene, sanno essere vicine l'un l'altra, e anche quando vengono separate per sempre dall'inimicizia, l'affetto si affaccia sempre nei loro pensieri.
   Ci sarebbe molto da dire sulle donne del romanzo, ma basti sapere che ognuna di esse si ritaglia una parte memorabile: Igraine, protagonista in balia del destino di una buona prima parte del libro; Morgause, arrivista, calcolatrice, ma ugualmente raffigurata a tutto tondo come capace d'affetto sincero e spassionato; Viviane, una personalità di ferro che porta sulle sue spalle il peso del titolo di Dama del Lago; Nimue, al centro di un brevissimo ma struggente capitolo su un amore destinato alla tragedia...
   In tutto ciò gli uomini sembrano quasi relegati sullo sfondo, assieme alle vicende che li vedono protagonisti. Spiccano, attraverso gli occhi delle donne, solo due di essi: Arthur, ovviamente, un re buono e preoccupato della felicità di ogni suo suddito, e un tormentato Lancelet, descritto velatamente come bisessuale e diviso tra l'amore per Arthur e quello per Gwenhwyfar (il triangolo che si instaura tra i tre è un vero e proprio inferno amoroso che li tormenta per tutta la vita). Bellissimo e contrastato anche il rapporto tra Arthur e la sorella Morgaine: affrontano una parabola discendente che li vede cadere nell'odio reciproco, ma continuano ad essere avvinti da un legame indissolubile d'amore eterno; molti lo vedono come peccaminoso, ma si tratta invece, forse, del più puro in assoluto.
   Chi si avvicina alla lettura sperando di trovare azione ed epica si sbaglia: Mists è un romanzo lungo, che si snoda lentamente come un fiume; è tutto giocato sugli sguardi, le emozioni, le parole, i drammi personali. Ho sentito molti usare l'abusatissima parola noioso per descriverlo, ma credetemi, chi lo giudica tale semplicemente non ha la sensibilità adatta ad affrontare un romanzo del genere.

   Vorrei chiudere questa carrellata di pensieri parlando dell'elemento religioso del romanzo: da tempo ho sviluppato un'avversione viscerale per tutto ciò che si rifaccia alla wicca o al neopaganesimo, spacciando per verità storica certi deliri privi di fondamento. The Mists of Avalon ha invece il grandissimo pregio di essere stato scritto da una donna profondamente immersa nella propria spiritualità: la Zimmer Bradley, in una fase più tarda della sua vita, ritornò al cristianesimo, ma Mists è una testimonianza di quanto vividamente avesse vissuto quel periodo femminista-neopagano. Il libro è intessuto di archetipi pagani sinceri, e dà un ritratto fedele dell'oscuro e misterioso ciclo di vita-morte-rinascita che sta alla base dei culti di fertilità di cui ancora oggi rimane traccia nel folclore (e a cui rimando, appunto, alla lettura de Il ramo d'oro di James Frazer). Insomma, alla fine del romanzo non si può non rimanere con l'amaro in bocca - nonostante l'epilogo in qualche modo consolatorio - di fronte alla marea cristiana che finisce per invadere la Gran Bretagna occultando tutta l'antica sapienza. In ultimo, tutto ciò che rimane della vecchia religione pagana, come anche della corte di Camelot, sono solo delle memorie lontane nel tempo, vaghe come le ombre che traspaiono dalle nebbie che avvolgono Avalon...

   Piccola nota sulla traduzione italiana: è molto buona, ma la versione della Tea che io ho letto elimina inspiegabilmente alcune parti del romanzo. Andando a memoria non si tratta di molto materiale, ma di passaggi comunque succosi come parte del bellissimo prologo, la storia della Pentecoste, una canzone cantata da Lancelet e un dialogo di Taliesin sulla natura del Dio e della Dea.

martedì 16 aprile 2013

The Lord of the Rings

   Avrebbe dovuto accadere prima o poi. Un post su Lord of the Rings. Come fare a parlarne senza risultare banale o ripetere cose già dette e ridette da fior fior di critica letteraria? Semplice, non farò una recensione. Mi limiterò a raccontare la storia del mio amore per questo libro, forse il modo più onesto per omaggiarlo.
   Erano i tardi anni novanta, e io ero un giovane studente delle medie in un tempo in cui il termine nerd era ancora pressoché sconosciuto in Italia. Se l'avessi conosciuto non avrei esitato ad appiopparmelo. Dungeons & Dragons, Magic, libri-game, tutto ciò che faceva fantasy era mio. E un giorno, un mio compagno di scuola mi raccontò di aver scoperto nella libreria di suo fratello maggiore un volumone enorme, chiamato Il signore degli anelli, e di averlo iniziato a leggere: c'erano elfi, hobbit, nani, e tutti vivevano in questo mondo fantastico in cui gli alberi si muovevano e i protagonisti rimanevano intrappolati nel tumulo di uno spettro vecchio di ere intere.
   Dopo aver scoperto che anche la mia professoressa di italiano lo adorava (!), andai nella piccola biblioteca del mio paese e lo presi in prestito. La lettura fu un'esperienza che mi cambiò la vita: due settimane passate immerso totalmente nella Terra di Mezzo, a bocca aperta e con gli occhioni spalancati per la meraviglia di avere di fronte i mondi immaginari che il fantasy becero dei giochi di ruolo mi aveva sempre regalato, ma con qualcosa in più. La storia. C'era qualcosa sotto, che mi attirava, ma la mia giovane età non mi permetteva di capirlo consciamente. Fu così che una manciata di anni dopo arrivò la trilogia cinematografica, e l'amore venne rinnovato. Il mio libro preferito, portato sul grande schermo nella maniera più perfetta che si potesse immaginare. E quei film imponenti, maestosi, mi avvicinarono un po' di più a capire cosa amassi così tanto in Lord of the Rings.
   Il fantasy salì alla ribalta del mainstream, e io mi allontanai piano piano dalle varie Shannare e dai vari D& D, perché ormai volevo qualcosa di più pregno, qualcosa che saziasse la mia fame di letteratura fantastica. Nel frattempo fu il turno del Silmarillion, dello Hobbit, letture che troppo a lungo avevo rimandato, e finalmente capii: Tolkien aveva scritto un racconto filosofico. L'avventura della Compagnia dell'Anello è infarcita di simbolismi, figure archetipiche e tematiche che riflettono come uno specchio la personale visione del mondo di Tolkien. Paradossalmente, il suo amore per la letteratura anglosassone, ampiamente pagana, è stato lo strumento perfetto per esprimere i valori fortemente cattolici che egli ha riversato nella sua storia. La filologia germanica, le fiabe, la mitologia nordica (soprattutto norrena e finnica), il Beowulf, il Kalevala, sono solo alcune delle fonti che Tolkien ha fatto sue - con assoluto rispetto - per portare sulla pagina i temi a lui più cari: la tentazione del potere, a cui ci si può opporre solo con un animo umile e semplice, scevro dall'avidità e dalle manie di grandezza; il destino e il libero arbitrio; la speranza, a cui fa da corollario un'ampia gamma di eventi in cui interviene quella che può benissimo essere chiamata Divina Provvidenza; ma soprattutto un tema vecchio come il mondo, ossia la lotta tra il Bene e il Male. In Tolkien non ci sono sfumature di grigio. I valori morali sono ben definiti, e le azioni dei personaggi riflettono l'oscillazione della loro anima verso un polo o verso l'altro. Luce e Ombra: sono queste le due forze che fin dall'inizio dei giorni nell'universo Tolkeniano determinano la storia del mondo (aspetto esplorato pienamente nel Silmarillion). Non solo: Luce e Ombra sono due concetti talmente fisici che si riflettono fisicamente nel mondo attraverso la bellezza o la bruttezza. Non è un concetto banale, perché nell'economia del mondo di Tolkien tutto ciò è perfettamente plausibile: gli esseri più nobili conservano fisicamente in loro residui della Luce di Aman, il reame al di là del mare, e ciò si riflette sul loro aspetto immacolato e "divino". L'Ombra invece corrompe, degrada, distorce tutto ciò che prima era bello e puro. Non è un caso che gli Orchi siano tutti malvagi e fisicamente brutti: non si tratta di discorsi razziali, come diversi critici hanno sostenuto, ma si tratta semplicemente del fatto che sono creature create dalla personificazione fisica del male (il Morgoth dei giorni antichi, e in seguito Sauron), e in quanto tali altro non possono essere che esseri miserabili e corrotti.
   La perdita graduale della Luce e della bellezza è un tema che determina profondamente l'atmosfera del libro: gli Elfi, guardiani dell'equilibrio naturale e custodi di tutto ciò che cresce ed è vitale, stanno abbandonando la Terra di Mezzo; gli antichi re sono ormai un ricordo, e i loro discendenti conservano solo un'eco della gloria di un tempo; la vittoria contro l'Ombra non verrà senza prezzo, perché determina la fine della magia elfica nella Terra di Mezzo e l'inizio di un'era in cui la bellezza dei giorni passati si fa ancora più rarefatta.
   Ma non ci si deve lasciare ingannare da tutti questi significati sottintesi o meno. Tolkien disapprovava apertamente dell'allegoria, quando creata consciamente dall'autore, e il suo libro va preso soprattutto per quello che è: una storia travolgente, un atto d'amore verso le sue passioni, il suo lavoro e la sua terra, un'opera immensa in cui si scorgono tutti i dettagli di un mondo talmente intricato la cui creazione rimarrà un atto irripetuto e irripetibile.

giovedì 17 gennaio 2013

The Hobbit (J. R. R. Tolkien) + The Hobbit: An Unexpected Journey (Peter Jackson)

Spoiler alert!


   Un po' in ritardo dopo la visione del film, arrivo con la recensione di quello che è (giustamente? ingiustamente?) considerato come il fratello minore di Lord of the Rings, quel libriccino carino carino che Tolkien scrisse come divertissement e che risponde al titolo de Lo hobbit.
   Da dove partire? Lo hobbit è un libro per bambini, ma come in ogni caso, sarebbe riduttivo giudicarlo in quanto tale. E' senza dubbio una storia semplice, lineare e pulita, ma con delle tematiche di base esposte con tanta chiarezza da risultare archetipiche.
   Bilbo è un pacifico hobbit di campagna (non devo spiegare cos'è uno hobbit, vero?), un signorotto benestante, chiuso nel suo mondo foderato di bambagia. Un giorno una compagnia di nani più un mago capita sulla porta di casa sua, dicendogli che è appena stato scelto come "scassinatore" ufficiale nel loro viaggio verso la Montagna Solitaria (dove i nani sperano di riottenere il loro oro sottratto loro dal drago Smaug), viaggio da cui le possibilità di tornare vivo sono pari a quelle di non tornare affatto.
   Bilbo accetta suo malgrado di partire con i nani in quella che sarà una delle più classiche avventure di formazione: il suo mondo e le sue certezze vengono totalmente stravolti e Bilbo cresce ad ogni tappa del viaggio. Lo hobbit, inizialmente riluttante, cresce pian piano nel suo ruolo e diventa de facto il leader del gruppo: i nani si appoggiano a lui per ogni decisione, lo interrogano per trovare delle soluzioni che li cavino dai guai, lo mandano avanti per primo in ogni situazione pericolosa. I nani, tutto sommato, sono delle figure che sotto l'aspetto ridanciano con cui Tolkien li dipinge nascondono un sottofondo di codardia, ed è in questo che si inserisce il percorso morale di Bilbo: i nani rimangono tutto sommato uguali a loro stessi, e il loro capo Thorin scende addirittura a dei livelli infimi quando l'avidità per il suo tesoro prende il sopravvento. Thorin arriverà a capire i suoi errori, ma solo alle soglie della morte e dopo aver parzialmente dato il via a una guerra; Bilbo, d'altro canto, impara a cavarsela con il proprio buon senso e con la sua semplicità. Non si può che sorridere nel momento in cui lo hobbit recupera l'Arkengemma, tesoro supremo dei nani di Erebor, e con tutto il suo candore la consegna agli elfi, la fazione "nemica", in modo che questi la possano usare come metodo per far ragionare Thorin.
   E' un comportamento in cui si inserisce uno dei temi più cari a Tolkien, quello dell'avidità e del potere: come nel Silmarillion il costante desiderio di chi possedere i Silmarilli causa la rovina di molteplici vite e di molteplici reami, e come in Lord of the Rings il potere corruttivo dell'anello (e degli anelli) trascinava con sé l'integrità di chiunque lo desiderasse, così ne Lo hobbit è l'Arkengemma a causare la caduta di Thorin. In Tolkien sono sempre i più umili a decidere le sorti, e sono quelli che dalla loro umiltà e semplicità traggono il profitto morale più alto. Nel caso di Bilbo, un ritorno alla sua vita di tutti i giorni, ma non più rinchiuso a riccio nella sua mediocrità, bensì arricchito dalle esperienze che il mondo gli ha dato, nel bene e nel male.

   Che dire del primo film della nuova trilogia tratta dal libro? Peter Jackson ci riprova. Sputiamo subito il rospo: trarre tre film da un libro di a malapena trecento pagine è ridicolo, soprattutto se ognuno di questi film dura tre ore (perlomeno il primo, ma suppongo che sarà così anche per gli altri).
   Il primo film, sottotitolato An Unexpected Journey, soffre principalmente di questo limite, l'essere troppo lungo. I tempi sono inevitabilmente dilatati e alcune sequenze lasciano un po' l'affanno: la lunga parte iniziale ambientata a casa Baggins, l'incontro con i troll, la fuga cartoonesca dalle viscere delle Montagne Nebbiose. Uno sforbiciamento abbastanza pesante, anche arrivando a tagliare un'ora di materiale, non sarebbe stato esagerato.
   Detto questo, il film mi è piaciuto. Ho apprezzato il materiale aggiuntivo che nel libro è solo accennato, ovvero le menzioni al Negromante (che poi altri non è che Sauron), le comparse dell'ottimo Radagast, di Galadriel e di Saruman, e anche il tentativo di inserire un villain principale che sullo schermo viene incarnato dal personaggio di Azog: un cattivo più "umano" (passatemi il termine), sporco e spinto solo dalla sua natura malvagia, è un bel contrasto con l'incombente, terribile presenza di Sauron nella trilogia dell'anello, e si sposa molto bene con il tono più "semplice" del libro.
   La visione della terra di mezzo, anche qui, è molto meno lussurreggiante che nella precedente trilogia, ma anche qui c'è un senso, perché il focus del film è il viaggio dei nani e di Bilbo, e tutto il resto deve fungere da piacevole contorno.
   Diverse scene memorabili: il bellissimo prologo che mostra l'arrivo di Smaug e l'impressionante palazzo dei nani, la battaglia tra i giganti di roccia, l'arrivo a Dol Guldur di Radagast, il gioco di indovinelli tra Bilbo e un Gollum seriamente inquietante, il gran finale tra fuochi e fiamme (letteralmente) con l'epico arrivo delle aquile.
   Risultano un po' carenti purtroppo le rese dei nani che, a parte il figodiddio Thorin, i giovani Fili e Kili e il grasso Bombur, non sembrano avere delle personalità distintive, ed è un peccato dal momento che le ore a disposizione per farceli conoscere erano ben tre. Confido nei prossimi film. Ottimi invece l'adorabile Bilbo, il sempreverde Gandalf e il già citato Radagast, perfettamente ritratto come una sorta di fricchettone a stretto contatto con la natura.
    Resta solo una cosa da dire: quando arriva il resto?

giovedì 8 novembre 2012

Harry Potter and the Half-Blood Prince + Harry Potter and the Deathly Hallows

   Dopo la battaglia al Ministero della Magia avvenuta in Order of the Phoenix, il mondo magico si trova messo davanti alla rivelazione che Voldemort. Harry viene rivalutato davanti agli occhi di tutti, e durante il sesto anno a Hogwarts il suo mentore Dumbledore gli affida il compito di scoprire l'ultimo tassello per avere in mano la chiave della distruzione di Voldemort.
   Half-Blood Prince si libera di tutti gli aspetti che appesantivano il libro precedente e si presenta quasi come un ritorno al passato della saga: la trama è molto più lineare e focalizzata, la cupezza è in un certo modo messa da parte per far spazio allo houmor che ultimamente latitava, tornano a farsi sentire gli ormoni dei protagonisti, la vita scolastica è di nuovo in primo piano e il numero delle pagine torna a livelli giustificati.
   Il punto forte del libro è senza dubbio l'incursione nel passato di Voldemort che, pur non apparendo mai direttamente in scena, è più presente che mai. La ragione della sua malvagità viene qui rivelata in modo coerente e perfettamente in linea con le ossessioni del personaggio: un desiderio innaturale di sconfiggere la morte, di ottenere potere per compensare alle sue debolezze, di annientare chiunque presenti certi aspetti simili a quelli che lui odia (o ha odiato) in se stesso.
   Per evidenziare l'orrore che Voldemort compie nei confronti di se stesso la Rowling se ne esce con la geniale invenzione degli Horcrux (che a quanto pare aveva già in mente dagli inizi della saga), oggetti in cui Voldemort ha rinchiuso i frammenti della sua anima - dopo averla letteralmente smembrata - come soluzione ideale per la strada verso l'immortalità. Prende forma concreta il tema ultimo della serie, l'accettazione della morte, già tastato abbondantemente nei libri precedenti e qui presentato come l'incapacità di accettarla, difetto che Dumbledore rivela essere cruciale per la sconfitta di Voldemort.
   La trama è forse la più coerente dai tempi di Chamber of Secrets, priva delle forzature e degli spiegoni che erano purtroppo presenti nei libri successivi. Tutto fila liscio e senza intoppi, fino a un finale rocambolesco con tocchi orrorifici (la scena della caverna) che culmina nell'ennesima tragedia e rimescola le carte in tavola ancora una volta riguardo al personaggio di Snape, uno dei più misteriosi e "grigi" che la Rowling abbia creato. La domanda su quale sia la sua vera natura pare trovare una risposta definitiva, ma l'ultima parola non è ancora stata scritta.


Deathly Hallows parte dalle premesse esplicitate negli ultimi capitoli del libro precedente: Harry si mette alla ricerca degli Horcrux con Ron e Hermione, fino all'inevitabile battaglia finale con la sua nemesi di sempre.
   La struttura del libro cambia completamente rispetto ai precedenti: niente più Hogwarts, niente più lezioni, niente più Quidditch: la prima metà abbondante del libro è una ricerca continua, inframezzata da fughe e spostamenti dettati dal terrore di essere scoperti dai Mangiamorte. Palpabilissima l'atmosfera di regime, che non può non ricordare il nazismo, e la tensione, il senso di disperazione e incertezza a cui sono sottoposti i protagonisti. Lo houmor è pressoché assente, e non poteva essere altrimenti.
   Trova compimento il discorso sulla morte, tema caro alla Rowling che palesemente ha riversato molto della sua esperienza personale dopo la morte della madre. Ed ecco che la visita di Harry alle tombe dei genitori diventa un momento sinceramente toccante, in cui tutto è riassunto in poche, efficaci parole; e che la camminata di Harry verso la morte certa nella Foresta Proibita, in cui terrorizzato all'idea di sacrificarsi ma consapevole che la sua vita era stata tutta diretta verso questo momento, esemplifica tutto ciò che c'è di diverso tra Harry e Voldemort.
   Molto bello il lavoro sui personaggi. Ancora una volta, ruba la scena Snape, il cui passato e la cui vera lealtà sono svelati in un capitolo molto toccante interamente dedicato a lui. Capitolo che, tra l'altro, conferma le scioccanti rivelazioni su Dumbledore sparse attraverso il libro: come Snape, anch'egli viene presentato come una figura del tutto tragica, un uomo tormentato dal suo passato e rivelato come una figura calcolatrice e machiavellica, il contrario del vecchio bonaccione a cui eravamo abituati.
   Non da meno, Deathly Hallows riesce a includere l'aspetto emozionale per la fine di una saga, inserendo in modo del tutto naturale la nostalgia di se stesso: personaggi, luoghi e ricordi che ritornano, come a voler dare tutti l'addio a un percorso che per l'autrice è stato più che ventennale.
   Un libro che sarebbe perfetto, se non fosse per le ingenuità a cui la Rowling ci ha abituati: alcuni facili escamotage (la facilità con cui certi vengono ritrovati la coppa di Hufflepuff e il diadema di Ravenclaw), molte fughe scampate per il rotto della cuffia, e diverse spiegazioni di troppo per giustificare fatti che avrebbero essere dovuti essere chiari già di per sé (qualcuno ha capito veramente perché Harry sia riuscito a sopravvivere nella Foresta Proibita?). Peccato anche per l'epilogo davvero, davvero povero: pagine sprecate semplicemente per mostrare come tutti i personaggi si siano accasati tra di loro, quasi a voler dare un  inutile contentino ai fan.
   Bilancio comunque del tutto positivo per una saga che, inutile a dirlo, ha fatto epoca, e che se diventerà un piccolo classico della letteratura moderna avrà tutto il mio appoggio.

venerdì 26 ottobre 2012

Harry Potter and the Order of the Phoenix

   Harry Potter, dopo essere sopravvissuto alla cattura da parte di Voldemort nel libro precedente, urla ai quattro venti che il mago più pericoloso dell'ultimo secolo è tornato, ma gli viene dato del bugiardo sia dal Ministero della Magia che da pressoché l'intera scuola di Hogwarts. Mentre l'Ordine della Fenice, società segreta che opera contro Voldemort, si dà da fare per proteggere Harry, questi cerca di scoprire quale sia la famigerata arma che la sua nemesi sta cercando di ottenere.
   Order of the Phoenix fa un altro salto sia nella crescita dei personaggi che nella lunghezza del volume (il più lungo della serie). La Rowling continua con coerenza l'evoluzione della scrittura e delle situazioni parallelamente con l'età dei lettori e dei protagonisti, e nel presente volume troviamo un Harry in preda alla classica rabbia adolescenziale, al desiderio di essere trattato da adulto e alla frustrazione derivante dal non essere ancora tale. Se il ritratto di Harry è perfettamente realistico e inquadrato nel processo di crescita del personaggio, è vero anche che in Order of the Phoenix il personaggio principale riesce spesso a risultare insopportabile, cosa che non è affatto un buon segno. Più volte nel corso del libro Harry sbraita contro i suoi amici e i professori, tratta in modo orribile la ragazza che gli piace senza nemmeno rendersene conto, e fa delle scelte decisamente stupide (elemento non nuovo nella serie, ma che qui rimane in gran parte ingiustificato).
   Paradossalmente, mentre è il protagonista a risultare indigesto, sono i personaggi secondari - persino quelli morti - ad acquistare un nuovo fascino: l'incursione nei pensieri giovanili di Severus Snape non fa che confermare che tutto ciò che l'uomo ha raccontato a Harry sull'adolescenza di suo padre e di Sirius Black era vero, ossia che fossero dei buzzurri arroganti con dei comportamenti da bulli. Viene approfondito il passato di Neville Longbottom, fin'ora rimasto largamente in secondo piano, e ora arricchito da una vena tragica piuttosto inaspettata, e lo stesso vale per la nuova entrata nel cast, la svagata Luna Lovegood.
   Continua il ritratto impietoso di un Ministero della Magia totalmente incompetente, in questo caso addirittura negazionista e oscurantista, qualità incarnate alla perfezione dal personaggio di Dolores Umbridge, uno dei più felici mai usciti dalla penna della Rowling: una donna fatta per essere odiata, leziosa, amante dei gattini e delle porcellane kitch, cattiva, crudele, vendicativa e con dei modi di mantenere l'ordine assolutamente fascisti.
   Il libro in sé è molto cupo, il primo in cui venga affrontato a fondo il tema della morte. Se in Goblet of Fire la dipartita di Cedric era stata un assaggio di ciò che ci aspettava, la morte di Sirius Black è effettivamente molto più dura da digerire e spinge Harry a chiedersi cosa ci sia "dall'altra parte", a vivere la perdita di una persona cara dopo quella dei suoi genitori e a convivere con il senso di colpa.
   Il vero problema di Order of the Phoenix è l'organizzazione della trama. Fermo restando che il libro è decisamente troppo lungo e denso di situazioni che non aggiungono nulla all'economia della narrazione - la Rowling stessa ha ammesso che se potesse tornare indietro effettuerebbe un editing più pesante -, la storia stessa è molto meno focalizzata su un filone portante rispetto ai precedenti volumi. La questione dell'arma ambita di Voldemort non viene trattata a sufficienza per risultare accattivante, e quando alla fine questa viene svelata scopriamo trattarsi di una profezia dal contenuto francamente banale: il fatto che a sconfiggere Voldemort potrà essere solo Harry (o viceversa) potrà risultare di certo uno shock per Harry stesso, ma diciamoci la verità, quale lettore già non immaginava che sarebbe stato così? Imperdonabile poi lo scivolone che la Rowling commette con il two-way mirror, oggetto che Sirius dà ad Harry per comunicare in modo sicuro ma che il ragazzo, convenientemente per la trama, guarda caso dimentica fino a quando è troppo tardi: possibile che, in un libro in cui uno dei temi portanti è il desiderio di Harry di poter parlare con Sirius, un oggetto del genere venga dimenticato senza che nessuno dei due ne faccia menzione? E che quando Harry lo ritrova dopo la morte del padrino non si rimproveri minimamente di aver corso dei rischi assolutamente inutili solo per non averlo adoperato prima? Se già la Rowling in Goblet of Fire si era dimostrata propensa ai plot-hole, in questo caso sono troppo evidenti per poter sorvolare, e il racconto ne risente.

sabato 13 ottobre 2012

Harry Potter and the Goblet of Fire

   Al quarto anno a Hogwarts, Harry Potter viene selezionato dal Calice di Fuoco per partecipare come quarto campione al Torneo Tremaghi, nonostante i campioni siano tradizionalmente tre e nonostante chi abbia proposto il nome di Harry sia un mistero: serpeggia il sospetto che sia tutto un piano per arrivare al ragazzo.
    Il quarto libro della serie crea una frattura definitiva con i tre precedenti, già a partire dalla mole (quasi il triplo dei primi due e il doppio del terzo). Goblet of Fire segna l'entrata definitiva dei protagonisti nell'adolescenza: si svegliano gli ormoni - carina la parte teen comedy relativa al Ballo di Yule - e i ragazzini dei libri precedenti, spensierati e un po' sciocchi, vengono qui messi a contatto con le loro prime incertezze e difficoltà. Ron fa i conti con il fatto di vivere costantemente nell'ombra del suo migliore amico, Hermione intraprende una battaglia per i diritti degli elfi domestici (battaglia ridicola ma perfettamente coerente con il personaggio), e Harry, che già nel libro precedente aveva conosciuto il dolore della perdita a causa dei Dissennatori, viene qui messo a confronto per la prima volta con tutta la sofferenza e il male causati da Voldemort. Si apre una finestra sul passato e capiamo che gli eventi degli anni trascorsi sono destinati a riversarsi e a ripetersi anche nel presente dei protagonisti.
   I sottofondi di odio razziale già accennati in Chamber of Secrets vengono qui rimpolpati a dovere e saranno destinati a diventare uno dei temi portanti della saga: Voldemort non è altro che un novello Hitler ossessionato dall'idea di sconfiggere la morte (idea che sarà sviluppata profondamente nel resto della saga). Ed è proprio il ritorno di Voldemort nell'adrenalinico finale a dare la svolta definitiva agli eventi: l'omicidio di Cedric, a suo modo scioccante, è una dimostrazione che nessuno è più al sicuro e che, come sottolinea Dumbledore, ognuno si troverà nelle condizioni di dover scegliere tra ciò che è facile e ciò che è giusto.
   Importanti nell'economia del libro anche le tematiche del giornalismo spazzatura e della politica oscurantista, attuali come non mai ed efficacissime nell'estrema semplicità con cui vengono trattate, per nulla banali considerato che si tratta di un libro per ragazzi.
    Viene introdotta una nuova carrellata di personaggi colorati e memorabili, primi tra tutti Alastor Moody (protagonista del colpo di scena più significativo) e l'odiosa, estremamente realistica Rita Skeeter, un'arpia pronta a vendere sua madre per uno scoop scandalistico. Decisamente tragico il personaggio di Bartemius Crouch, figura che difficilmente suscita simpatia ma la cui storia - tra il suo stesso destino e quelli del figlio e della moglie - riesce a far accapponare la pelle.
   La trama non è perfettamente solida, e scricchiola in diversi punti: oltre ai vari piccoli deus ex machina (primo tra tutti il salvataggio in extremis di Harry da parte di Dobby alla vigilia della seconda prova del torneo), è chiaro che il Torneo Tremaghi non è altro che una grande scusa per portare avanti la storia, perché se lo scopo del falso Alastor Moody infiltrato a Hogwarts era quello di consegnare Harry a Voldemort, non c'era certo bisogno del torneo per poterlo catturare alla prima occasione disponibile. Inoltre, è difficile credere che un impostore come Barty Crouch Jr abbia potuto impersonare Moody, amico personale di Dumbledore, per nove mesi senza destare alcun sospetto. Dopotutto, la Rowling stessa ha ammesso di aver avuto dei problemi nella stesura del libro, arrivando a dover modificare parti della trama dopo essersi accorta di un plot-hole significativo.
   Per quanto mi riguarda, la sospensione dell'incredulità raggiunge un livello tale da far perdonare i difetti, tanto che ritengo Goblet of Fire superiore ai suoi predecessori a livello qualitativo.

domenica 30 settembre 2012

Harry Potter and the Prisoner of Azkaban

   Il terzo anno alla scuola di Hogwarts sta per iniziare. Harry Potter è sempre più insofferente verso gli zii stronzi al punto che gonfia inavvertitamente una terza zia, forse ancora peggiore degli altri due, e per questo finisce nei guai col Ministero della Magia. Ma Harry non sono non viene punito, gli viene addirittura data una stanza proprio sopra a Diagon Alley in modo che possa trascorrere il resto delle vacanze in tutta tranquillità. Tutto troppo sospetto, e in effetti Harry scopre presto che si tratta di un piano per proteggerlo da Sirius Black, pazzo criminale evaso dalla prigione di Azkaban ed ex braccio destro di Voldemort...
   Il terzo libro della saga di Harry Potter è un libro di passaggio. I protagonisti non sono più dei bambini, ma non sono nemmeno ancora adolescenti. L'atmosfera fiabesca dei primi due libri inizia a sfumare, ma non è ancora sfociata nei toni dark che prenderanno piede a partire dal successivo Goblet of Fire. Prizoner of Azkaban è il libro in cui le certezze dell'infanzia iniziano pian piano a sfaldarsi. Harry viene messo per la prima volta davanti alla vera tragedia della morte dei genitori (letteralmente, grazie alla figura dei Dissennatori), vede farsi più luce sul suo passato, e gli viene insinuato il sottile dubbio - nonostante per ora rifiuti di crederci - che suo padre non fosse poi lo stinco di santo che credeva. La natura di saga di formazione si rivela pienamente nel comportamento di Harry, che non lascia più trascinare negli eventi, ma vi si butta a capofitto spinto dalla rabbia e dal dolore, arrivando persino a mettersi apertamente contro Snape.
   Continua la decostruzione delle figure autoritarie da parte della Rowling, messe questa volta in ridicolo da Dumbledore stesso che non esita ad andare contro i provvedimenti del Ministero affidando a due ragazzini come Harry e Hermione il compito di salvare l'ippogrifo Buckbeak e di sistemare la questione finale riguardante Sirius Black. Black stesso si rivela un personaggio chiave e apporta un buon numero di rivelazioni e capovolgimenti di trama.
   I personaggi acquistano spessore, primo fra tutti Snape, destinato a diventare forse la figura più misteriosa e controversa dell'intera serie, e inizia ad affiorare una rete di legami che unisce le figure legate al passato di Harry. Inizia a farsi più articolato anche lo stile e il linguaggio stesso, non più elementare nella struttura come nei primi due libri, ma evolutosi ora in funzione della crescita del pubblico di riferimento. Stesso discorso per la trama, meno semplicistica, meno lineare, ma rimpolpata a dovere con una struttura che non può non ricordare quella di un giallo.
   Un'ottima conclusione, insomma, per la parte "felice" della serie: l'ottimismo c'è, i buoni si confermano buoni, i cattivi si confermano cattivi, e qualcuno di loro finisce anche per avere la parte dell'eroe.

domenica 23 settembre 2012

Harry Potter and the Chamber of Secrets

   Il secondo capitolo della serie di Harry Potter ricalca grossomodo la struttura del precedente, con il pregio di incrementare la componente mistery della storia: ad Hogwarts, la leggendaria Camera dei Segreti pare essere stata aperta e a farne le spese sono i poveri mudblood (tradotti male con "mezzosangue" nella prima edizione italiana, e con il più appropriato "sanguesporco" nella nuova traduzione) che si imbattono negli orrori che la camera ha rilasciato. La Rowling si diverte a disseminare qui e là indizi, sia genuini che falsi, per poi ricombinare i pezzi del puzzle in un finale a suo modo orrorifico, considerata l'età di riferimento del libro. Una delle differenze principali con Philosopher's Stone è proprio un accentuarsi degli elementi dark, che andranno ad aumentare progressivamente con l'avanzare della serie. Da menzionare anche le motivazioni razziste che stanno dietro all'apertura della Camera dei Segreti, destinate a diventare uno degli elementi chiave dei libri successivi e trattate qui in modo semplice e diretto, alla portata del pubblico giovane. Inizia inoltre il trend della Rowling di mettere in ridicolo le autorità ufficiali: in questo caso si tratta del ministro della magia Cornelius Fudge, già accennato qui come un ometto debole che non si fa scrupoli a trovare capri espiatori per mascherare la propria incapacità.
   L'atmosfera spensierata e infantile è ancora preponderante, e i protagonisti sono ancora dei bambini. Quest'aria ingenua fa perdonare certi scivoloni e forzature della trama, primo tra tutti il fatto che Harry e compagni decidano di non rendere partecipi gli adulti della scuola delle loro scoperte riguardo la Camera dei Segreti, neanche quando questo significa andare ad affrontare da soli dei pericoli mortali.
   Molto interessante l'idea del diario segreto di Tom Riddle che, come hanno fatto notare diversi recensori al tempo dell'uscita del libro, ricorda molto da vicino le chat e i programmi di messaggistica istantanea (con tutti i pericoli che possono conseguirne se ad incapparci è una persona giovane).
   Niente di nuovo da segnalare sul fronte personaggi, se non il geniale ritratto di Gilderoy Lockhart, vanesio, ossessionato dalla celebrità e non poco ambiguo: fino alla fine ci si chiede se Lockart abbia qualche secondo fine o se sia davvero stupido, e quando scopriamo che la risposta giusta è la seconda, ecco che rivela un lato non poco disturbante nel voler lanciare un incantesimo di cancellazione della memoria sui protagonisti che l'hanno smascherato come truffaldino.
   Harry Potter and the Chamber of Secrets è un libro che forse paga lo scotto di essere un po' troppo simile al suo predecessore, ma che sa reggersi sulle sue gambe con dignità.

domenica 9 settembre 2012

Harry Potter and the Philosopher's Stone

   Che piacere iniziare dopo quasi dieci anni la rilettura di una delle serie a cui sono più affezionato, per di più in lingua originale. Harry Potter non ha bisogno di nessuna introduzione perché è un nome che è entrato a far parte della cultura popolare.
   Questo primo libro, la cui gestazione molto favolistica da parte della Rowling ormai è risaputa, è un leggero e divertente libro per bambini, con una trama lineare alla portata del target di riferimento del libro: c'è un mistero da svelare, un villain ancora classico e monodimensionale (giustamente, aggiungerei) la cui presenza aleggia in modo ambiguo per buona parte del libro, una serie di indizi che nel finale prendono tutti il loro posto nel puzzle nella risoluzione dell'enigma della pietra filosofale.
   Il tono è ancora pienamente fiabesco, e si sposa perfettamente con il mondo magico che la Rowling svela poco a poco. La sua vivida immaginazione mescola perfettamente echi mitologici e riferimenti letterari, supportati da una carrellata di personaggi presentati perfettamente con poche, rapide pennellate che anticipano il loro approfondimento nei libri futuri.
   Sono presenti delle ingenuità caratteristiche di un'opera prima - Hagrid che non mostra il minimo accenno di reazione al fatto che i protagonisti vengano puniti per colpa sua, i ragazzini che si fanno strada fin troppo facilmente nel percorso "a ostacoli" verso la pietra filosofale, Dumbledore che pare sapesse perfettamente quello che Harry aveva in mente di fare e non prova a fermarlo - ma la sospensione dell'incredulità è assicurata: colpisce soprattutto il modo in cui, dal piatto grigiume del mondo babbano, emergono pian piano elementi discordanti che porteranno all'irruzione nel reale del colorato e assurdo mondo magico. La normalità con cui viene tratteggiato, in uno stile da richami austeniani e dickensiani che ricordano il fantasy of manners, non fa che incrementare l'accettazione dell'assurdità degli elementi magici come dati di fatto. Ben piazzati anche i diversi tocchi di british humour, anche questi in linea con le ispirazioni letterarie della Rowling.
   Gustosi, a una seconda rilettura, le anticipazioni ad eventi futuri che dimostrano come la storia fosse già pianificata dall'inizio: la menzione di Sirius Black, i sospetti di Harry che Snape riesca a leggere nella mente, il sacrificio della madre di Harry per amore che, presentato qui in modo tutto sommato banale ma con una semplicità e un candore assolutamente alla portata del target giovanile, assumerà un significato molto più profondo nei volumi seguenti.
   In definitiva un libro fresco, spensierato, ancora immerso nell'atmosfera dell'infanzia che sfumerà presto nei libri successivi per lasciare il passo a toni più cupi. Un debutto che contiene tutte le ottime premesse di una saga che merita pienamente di entrare nella storia della letteratura fantastica e non, per ragazzi e non.

giovedì 30 agosto 2012

Kushiel's Avatar

   Kushiel's Avatar è l'ultimo capitolo della cosiddetta "trilogia di Phèdre" all'interno della saga di Kushiel's Legacy. Ultimo perché i tre libri successivi saranno affidati alla voce narrante di Imriel De La Courcel, mettendo da parte la nostra prostituta preferita in favore di un protagonista maschile. E' proprio attorno a Imriel che si sviluppano gli eventi che danno il via alla trama di Kushiel's Avatar: figlio dei due più grandi traditori del regno di Terre d'Ange, la sua scomparsa al termine del precedente Kushiel's Chosen lasciava un mistero in sospeso che viene svelato ben presto in questo capitolo successivo. Melisande l'aveva nascosto ancora infante proprio sotto il naso di Phèdre, in un santuario sui monti siovalesi, ma ora sono passati dieci anni, e Imriel è scomparso nuovamente, questa volta senza lo zampino di Melisande. La donna è costretta a chiedere aiuto alla sua eterna nemesi Phèdre no Delauney che, impotente come sempre di fronte al potere magnetico della nemica, si imbarca in una doppia cerca: quella di Imriel e quella del vero Nome di Dio, mistica parola che le permetterà di rompere la maledizione che tiene legato il suo amico d'infanzia Hyacinthe al suo destino di Signore degli Stretti.

   Kushiel's Avatar di discosta dai due precedenti volumi in più aspetti. Come già detto, sono passati dieci anni dagli eventi di Kushiel's Chosen, e abbiamo quindi una Phèdre più matura, più consapevole delle sue capacità e dei suoi limiti, e in un certo modo più riflessiva e meno istintiva. I conflitti sentimentali con Joscelin sono stati messi a tacere da tempo con gran lungimiranza della Carey, che evita di ripetere così gli stessi schemi degli altri due capitoli della trilogia. La struttura stessa del romanzo è diversa: niente più intrighi di corte né confessioni strappate ai patroni di Phèdre nel mezzo dei suoi incontri sessuali, ma un'immediata immersione a capofitto nella cerca della protagonista. I luoghi che sarà costretta a visitare sono molto più numerosi rispetto ai libri precedenti, e questo non è altro che un bene: anche in questo caso la Carey fa sfoggio del suo amore per i viaggi e i paesaggi, portandoci nei corrispettivi fantastici della Spagna, dell'Egitto, del Medio Oriente e dell'Africa Nera.
   Kushiel's Avatar è diverso soprattutto a livello tematico: la sessualità spinta ma tutto sommato "giocosa" di Kushiel's Dart e Kushiel's Chosen è portata qui a livelli molto, molto più dark. Nella parte ambientata nel Drujan, in cui Phèdre è messa faccia a faccia con i livelli più oscuri della sua condizione di anguissette, la vediamo sottostare impotente alla sua natura masochista persino davanti alle torture e alle umiliazioni più pesanti. Ed effettivamente non è per tutti i gusti questa porzione del libro, tutta giocata claustrofobicamente attorno a un despota che sodomizza donne e bambini con un fallo di ferro chiodato. Nulla comunque è gratuito, e la presenza di Phèdre in questo harem perverso è giustificata dall'onnipresente mano degli dei nel suo destino: di Elua, ma anche di Kushiel, colui che l'ha prescelta e il cui operato Phèdre inizia a mettere in seria discussione. Il rapporto con gli dei e i temi religiosi sono trattati con estrema cura anche in questo terzo volume: lo scetticismo di Phèdre e di Imriel verso Kushiel e Elua rispettivamente è coinvolgente tanto quanto il concatenamento stesso degli eventi, che non sono pochi. Estremamente realistico anche il ritratto, seppur abbozzato, dello zoroastrianesimo, che gioca una ruolo fondamentale nella prima parte del romanzo.
   La seconda, dedicata alla ricerca del Nome di Dio, viene riscattata da toni più leggeri ed esotici, e un'altra, bellissima riproposizione di mitologie alternative. Questa volta si tratta della storia della regina di Saba e di Sholomon (Salomone), che chi ha qualche familiarità con la Bibbia ben conosce. Per recuperare il nome divino Phèdre si reca fin nel cuore del continente africano regalandoci momenti conditi da un forte sapore esotico, nonché la costruzione di un sorprendente legame famigliare con Imriel. Nel confronto finale con la regina Ysandre, che tenta di reclamare per sé il ragazzino, la Carey non si risparmia nemmeno un poco velato riferimento ai dibattiti odierni sul concetto di famiglia, affermando che "not every family is born of seed and blood". Mica poco.

   Per il resto, poco da dire che non sia già stato detto. I personaggi sono ben tratteggiati come al solito (alcuni, tra cui Ti-Philippe o la stessa Ysandre, messi in secondo piano a favore di azzeccati personaggi secondari come Kaneka), e come al solito Melisande risplende come un diamante, per quanto rappresentata sotto un'inedita luce di madre disperata. Il bacio finale tra le due nemiche, e quello che suppongo essere un addio definitivo tra le due, è memorabile e regala qualche brivido.

domenica 19 agosto 2012

Kushiel's Chosen

   Se c'è una cosa che amo di Jacqueline Carey, è come riesca a inserire nei suoi libri messaggi per nulla banali e riflessioni colte pur rimanendo nell'ambito della narrativa popolare. Kushiel's Chosen, secondo capitolo della serie Kushiel's Legacy, non fa che riconfermare tutto ciò.
   Il libro prende il via direttamente dal mistero lasciato in sospeso dal precedente Kushiel's Dart, ossia la scomparsa di Melisande Sharizai e la natura della sfida lanciata a Phédre simboleggiata dal mantello color sangoire che la protagonista credeva perduto. La prima parte non si discosta molto da quella corrispondente del primo libro: Phédre di dedica nuovamente al servizio di Naamah e ritorna a utilizzare le sue abilità erotiche per risolvere l'enigma, che anche in questo caso, tra miriadi di nomi che molto spesso non vengono nemmeno associati a un personaggio che compare nell'azione, è fin troppo complicato.
   Le sue doti di cortigiana però non bastano e si vede costretta a viaggiare alla Serenissima, corrispondente kushieliano della nostra Venezia, che si rivelerà un covo di vipere molto peggiore della corte della Città di Elua. Il mistero di Melisande viene risolto con un colpo di scena molto ben piazzato, che metterà in moto nuovi avvenimenti che porteranno Phèdre fino alla lontana isola di Kriti.

   Kushiel's Chosen offre un'ambientazione più ampia rispetto al suo predecessore: come già detto abbiamo La Serenissima, che non può che ricordarci con piacere Venezia, le coste dell'Illyria (controparte della Dalmazia), e Kriti, cioè Creta. Ancor più che in Kushiel's Dart si capisce la passione dell'autrice per i viaggi:  i luoghi descritti sono assolutamente vividi e reali, tanto più dato il fatto che sono tutti basati su posti esistenti. Il discorso però non si ferma qui, perché la Carey dimostra una cultura non indifferente quando va ad arricchirli di tutti i dettagli delle loro controparti reali. Così a La Serenissima abbiamo la città divisa in sestieri, nell'Illyria troviamo diverse creature folkloristiche che popolano i territori balcanici, e a Kriti ci viene proposto un assaggio dei misteri dionisiaci e della mitologia minoica. La Carey non si limita solo a prendere nomi a caso, quindi, ma si documenta approfonditamente su tutto ciò che ci sta dietro.
   Vale lo stesso per le tematiche religiose: Asherath è basata sulla vera divinità cananea Asherah, e la storia del suo dolore nato dalla morte del figlio Eshmun è un'importante parte della trama. Il voto che Phèdre le offre dopo essere scampata indenne dalla prigione della Dolorosa riesce a rappresentare un senso del sacro in maniera vivida, nonché a condurre astutamente al gran finale al tempio della dea in cui Phèdre fa le veci dell'oracolo con un'intuizione geniale. Per niente scontate anche le rivelazioni sulla natura da anguissette di Phédre: è una creatura destinata a prendersi carico del dolore (ad amare il dolore) in modo che nel mondo ci sia un equilibrio. E' proprio vero che la giustizia di Kushiel è crudele.
  Niente di nuovo da dire sui personaggi, buonissimi come nel volume predecente, se non che Melisande continua a risplendere tra tutti come una delle migliori villainess mai rappresentate. Persino quando non entra in scena la sua presenza di sente, vuoi perché gli eventi della trama sono sempre messi in moto dal suo genio machiavellico, vuoi perché il suo rapporto con Phèdre è unico: nemiche mortali, nemesi l'una dell'altra, ma nonostante tutto c'è un filo d'amore che continua a tenerle legate e di cui sono perfettamente consapevoli. Forse, dopotutto, sono due facce estremamente diverse di un'unica medaglia. Senza contare che le loro battles of wits sono impareggiabili.
   Qualche riserva per Joscelin, il cui comportamento finisce per risultare snervante, seppure perfettamente in linea con la storia d'amore totalmente paradossale con Phédre. Fortunatamente la Carey sa quando il troppo è troppo, e fa uscire di scena Joscelin al momento giusto per riportarlo nella storia con un atteggiamento totalmente diverso.
   Sempre positivo il giudizio sulla scrittura dell'autrice: eloquente, suadente, elegante, spesso barocca nei giri di parole e negli orpelli linguistici, senza mai scadere nel gratuito o nel pacchiano. Non è impresa da pochi.

martedì 31 luglio 2012

Game of Thrones: stagione due




   Non è passato molto dalla fine della seconda stagione di Game of Thrones, e già l'hype per la terza incomincia a crescere. Prima di addentrarmi nella recensione della seconda, lasciatemi dire una parola sul casting già annunciato della nuova stagione: PERFETTO. Nina Gold ha colpito ancora. Non c'è un volto che stoni tra i nuovi personaggi: la Queen of Thorns, i Reed, Thoros, Brynden Tully, Tormund... perfezione, perfezione, perfezione!
   Accantonato l'entusiasmo, passiamo alla seconda stagione. L'ho trovata leggermente inferiore alla prima, ma proprio di poco. Quello che mi ha fatto arrivare a questa conclusione è una seconda metà con alcuni difettucci strutturali. Arya ha passato troppo tempo a parlare con Tywin (anche se i loro scambi sono stati eccezionali), a scapito dell'azione ad Harrenhal; Jon Snow, la noia fatta persona, vaga un po' troppo a lungo in mezzo ai ghiacci con Ygritte; la morte di Renly è stata leggermente anticlimatica; ma soprattutto, Daenerys passa troppo, troppo tempo a Qarth. La benedetta House of the Undying viene nominata tipo un miliardo di volte, ma la vedremo solo nell'ultimo episodio: una decisione non troppo felice, visto che costringe la brava Emilia Clarke a ripetere di continuo le stesse cose ad un Jorah Mormont fin troppo riluttante a portare la regina a recuperare i suoi draghi.
   Game of Thrones è però una serie della madonna, e ogni difetto viene sempre fatto perdonare in qualche modo: così, le parti troppo stagnanti ad Harrenhal sono compensate dalla bravura di Maisie Williams e Charles Dance, nonché dalla figaggine del personaggio di Jaqen; Jon-faccia-da-pesce viene sbeffeggiato per la maggior parte del tempo da una frizzante Ygritte; infine, la storyline di Dany finisce col botto in una maniera inaspettata: non so voi, ma la punizione inflitta a Xaro e soprattutto a Doreah mi ha messo i brividi, soprattutto per la freddezza con cui Daenerys esegue il verdetto.
   Quest'ultima considerazione ne fa sorgere un'altra, cioè che gli autori abbiano modificato il materiale cartaceo in maniera maggiore rispetto alla prima stagione: la storyline di Dany ne è l'esempio maggiore, dato il poco spazio che il personaggio ha nel secondo libro, e viene introdotta una nuova sottotrama riguardante il colpo di stato a Qarth da parte di Xaro con conseguente furto dei draghi. Leggermente diverse anche le vicende di Jon e Qhorin, per quel che ricordo, e anche all'accampamento di Robb, che vediamo protagonista di una storia d'amore (molto più presente rispetto al libro) non con Jeyne Westerling, ma con una crocerossina di Volantis, tale Talisa. Non sono un purista dei libri, e i cambiamenti non mi hanno fatto quindi né caldo né freddo, a maggior ragione perché l'adattamento è comunque ai limiti del letterale. Anzi, ammetto che forse certe modifiche non hanno fatto che giovare all'economia della serie, evitando diversi spiegoni pesanti e complicati e snellendo la mole di personaggi secondari.
    Il lavoro degli attori è sempre encomiabile. Vediamo nuovi lati di alcuni personaggi, come il lato avvelenato e aggressivo di Cersei che nella prima stagione era un po' sottotono, la facciata di convenienza che Sansa deve adottare, la meschinità di Theon e la commiserazione che suscita. Tra i nuovi volti, segnalo la sensuale Melisande di Carice Van Houten, comparsa fin troppo poco, il già citato Jaqen di Tom Wlaschiha, la Margaery zoccoletta e ambiziosa di Nathalie Dormer, che spero di vedere molto di più nella prossima stagione.
   Il giudizio complessivo non varia di molto rispetto allo scorso anno: ci troviamo di fronte ad un adattamento eccellente, la cui priorità è il rispetto per la fonte cartacea e per i fan. L'amore che gli autori nutrono per i libri traspare tutto, qualità rara in un prodotto commerciale come questo.
   La HBO ha fatto di nuovo centro.

   Considerazioni sparse:
   - i draghi sono pucciosi, ma proprio pucciosi;
   - Shae è un personaggio infinitamente più figo che nella versione letteraria;
   - Cersei ubriaca è favolosa;
   - non ci poteva essere finale più figo che un'orda di zombie che si dirige verso il Fist of the First Men;
   - credo di essere l'unica persona sulla faccia della terra che AMA Ros.

giovedì 5 luglio 2012

A Dance with Dragons

Questa recensione contiene spoiler


   Questo è il primo di due post dedicati alla saga A Song of Ice and Fire. Il secondo sarà dedicato alla bellissima seconda stagione televisiva di Game of Thrones, mentre con questo mi voglio subito togliere il dente dolorante: A Dance with Dragons non mi è piaciuto.

   Prima di parlare del libro permettetemi di dire un paio di cosine in tutta franchezza.
   Primo: l'avevo già detto, e lo ribadisco, sono stanco di leggere a destra e a manca pagine e pagine di siti internet in cui fan invasati (e quelli di Martin lo sono, ma proprio tanto) dissertano su fantomatici aspetti letterari della saga, su come Martin sia un genio conoscitore della psicologia umana, su come costruisca dei supposti grandi affreschi storici, su come tocchi grandi temi che sono sempre stati presenti nella storia dell'umanità.
   Ma per favore. Non sto nemmeno ad elencare quanti scrittori hanno affrontato tematiche simili in modo realmente profondo e innovativo, usando tra l'altro un quarto delle pagine impiegate da Martin. Basta solamente andarli a cercare. A Song of Ice and Fire non è letteratura, è una serie di best-seller. Best-seller professionali, ma di certo non parliamo di letteratura. Parliamo di intrattenimento, di personaggi fighi, di una trama complessa è avvincente (almeno fino a prima di Dance), quindi godiamocela per quello che è.
   Secondo punto: Martin non è Dio, suvvia. È un buon mestierante, ma come scrittore è piuttosto indisciplinato: anche gli ottimi tre libri della saga contenevano diversi scivoloni di impostazione narrativa e qualche lungaggine, ma si perdonavano loro le mancanze grazie a una trama mozzafiato e personaggi interessanti tra i quali si instauravano dinamiche inaspettate. Questo secondo punto mi porta direttamente al problema principale di A Dance with Dragons: a livello narrativo, ci troviamo davanti a un disastro. L'intero libro, per citare una recensione di Amazon, si può riassumere più o meno come "molteplici personaggi che vagano lentamente per il mondo avvicinandosi - senza mai raggiungerlo - un posto in cui qualcosa di interessante potrebbe potenzialmente accadere".
   Mai commento fu più appropriato. In Dance il ritmo narrativo è inesistente. Non c'è nemmeno la parvenza di una pianificazione strutturale. Martin sembra salito sul carrozzone che portò Robert Jordan a scrivere una sequela sterminata di libri in cui sostanzialmente non accade niente di niente. Abbiamo personaggi che parlano di quello stanno per fare, che ripercorrono fino allo sfinimento eventi già accaduti, descrizioni su descrizioni di ciò che i personaggi mangiano (!!!), ma, soprattutto, descrizioni di viaggi. Sì, come già detto, la maggior parte dei personaggi passa il tempo viaggiando senza però arrivare da nessuna parte.
   Abbiamo almeno tre personaggi che tentano di arrivare da Daenerys: Tyrion, Quentyn e Victarion. Il primo parte bene, incontrando due nuove interessanti conoscenze (Jon Connington e il redivivo Aegon Targaryen), che però spariscono ben presto relegando off- screen l'unica parte della trama in cui succede davvero qualcosa; Tyrion rimane in seguito invischiato in una serie di avventure (?) delle quali viene da chiedersi se ci fosse bisogno. Il povero Quentyn è forse il POV più inutile dell'intera serie: è l'unico che davvero raggiunge Daenerys, solo per fare una fine ingloriosa dopo una serie di lunghi capitoli che anche se eliminati in toto non avrebbero tolto nulla alla narrazione. Ugualmente inutili e inconcludenti e capitoli di Victarion, inseriti quasi per ricordarci della sua introduzione nel libro precedente.
   Daenerys stessa non fa che passare il tempo a fare il bagno, a parlare di come potrebbe agire con i suoi consiglieri, a rimuginare e autocommiserarsi per la sorte di una città di cui nella sua epifania finale realizzerà non interessarle nulla. A giudicare dai nodi irrisolti che costellano le storylines del continente di Essos, mi chiedo quanto ancora ci vorrà perché l'azione si risposti a Westeros.
   Parlando di Westeros, ci ritroviamo davanti a un'accozzaglia di POV il cui assembramento caotico sembra rispecchiare la confusione che regna nel nord e a King's Landing. E non lo dico come un complimento. I bei capitoli di Cersei  e di Jaime sembrano inseriti a forza solo per risolvere i cliffhanger di A Feast for Crows, riuscendo solamente a crearne altri, come quello ambientato a Dorne pare servire solo a ricordarci dell'esistenza dei Martell. Davos compare fin troppo solamente per raggiungere lord Manderly, scoprire che dovrà recuperare Rickon Stark, e scomparire dalla trama senza lasciare traccia.
   L'unico scopo di Asha Greyjoy è quello di mostrare la marcia di Stannis verso Winterfell, che sembra fare da preludio a una battaglia con i Bolton che mai si materializzerà.
   Nemmeno per il palloso Jon Snow le cose vanno meglio: pagine e pagine passate a ispezionare le riserve di cibo di Castle Black, a pensare a come risolvere la situazione con i wildings, a ricordare la sorte di Ygritte (ogni volta che leggevo la frase "You know nothing, Jon Snow", avrei voluto dare il lettore ebook in pasto al cane), a parlare, parlare, parlare. L'ultimo capitolo di Jon ci riserva quello che dovrebbe essere l'unico vero colpo di scena del libro, anche se, considerata l'importanza del personaggio, è praticamente certo che sopravviverà alle coltellate ricevute a causa del malcontento serpeggiante nella Night's Watch, o che perlomeno tornerà incarnato nel suo lupo.
   Theon è forse l'unico che gode di un arco narrativo completo, riacquistando un'identità e una parvenza di dignità dopo le terribili torture subite. I suoi capitolo sono soddisfacenti, per quanto non l'abbia mai amato, ma mi fanno arrivare a un'altra considerazione poco piacevole riguardo all'abominevole mostruosità di Ramsey Bolton e delle vari episodi gore presenti nel libro: le continue torture, mutilazioni, gli smembramenti, gli onnipresenti stupri. Se nei primi libri questi elementi erano funzionali al realismo dell'opera, sembra che Martin abbia iniziato a provare gusto nell'inserire elementi raccapriccianti di cui non sempre si sente il bisogno, che addirittura se ne autocompiaccia. Ci serviva davvero sapere che Ramsey scuoia vive le ragazze per divertimento? O vedere Theon leccare la passera di Jeyne Poole su ordine di Ramsey? Me lo vedo Martin, grasso e rubicondo sulla sua scrivania, mentre scriveva la scena: "Come posso fare per rendere più interessante tutto ciò? ... Ma certo, leccata di figa da parte di un tizio sdentato e menomato! GENIO!"
   Troppo, troppo cheap.

   A Dance with Dragons è un immenso pasticcio, un passo falso derivato probabilmente dall'aver creato un'eccessiva diaspora dei personaggi nel precedente A Feast for Crows. Quest'ultimo non mi era dispiaciuto, se non altro per una maggior coesione di location e di relazioni tra i personaggi, che non partecipavano semplicemente in delle storie microscopiche slegate tra loro come accade in questo quinto volume. Se poi consideriamo che i due libri sono in realtà da considerarsi un unico capitolo e che il tempo impiegato per scrivere entrambi è stato di quasi undici anni (undici!), la situazione è davvero imperdonabile.

   Non so cosa sia successo nella testa di Martin dopo A Storm of Swords, ma sta di fatto che ha affermato di non aver ancora chiaro come arrivare alla fine della saga. Beh, si vede, e il fatto che abbia dovuto buttare via gran parte del materiale scritto per Dance prima di decidere di separarlo in due volumi dimostra quanto scadente sia stata l'impostazione del lavoro e come Martin sia diventato prolisso. Lui stesso ha confessato senza vergogna di aver dovuto troncare la narrazione prima del finale che aveva in mente perché il libro era diventato troppo lungo: un'affermazione del genere fatta da uno scrittore professionale è inascoltabile.
   Resta solo da sperare che la paura di essere superato dalla serie tv gli faccia organizzare meglio le idee senza ulteriori scivoloni e impantanamenti. Che ce la possa fare?