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martedì 17 giugno 2014

'Salem's Lot (Stephen King)

   Il secondo romanzo di Stephen King è un racconto di vampiri dichiaratamente ispirato al Dracula di Stoker: cosa accadrebbe se Dracula sbarcasse nell'America degli anni '70? E' questa la premessa da cui King partì. Novello Dracula, il Barlow di 'Salem's Lot è un gentleman affascinante che giunge nella sonnolenta cittadina di provincia per farne la sua tana.
   Detto questo, il romanzo offre molto di più che un semplice omaggio al progenitore di tutte le storie vampiriche. Innanzitutto c'è un originale commistione di generi, in cui King butta dentro il classico tema della casa stregata - vedasi The Haunting of Hill House di Shirley Jackson - che permette riflessioni non banali sulla natura del male e sulle sue conseguenze sulla realtà. L'infezione vampirica che contagia la città, poi, è in effetti fuori dagli standard della letteratura di genere: di fatto, nessuno si rende conto a 'Salem's Lot di quello che sta succedendo, salvo lo sparuto manipolo di cacciatori di vampiri improvvisati costituito dai protagonisti. La città continua la sua vita pigra, per inerzia, senza notare la lenta morte a cui va incontro: sotto quest'aspetto il libro ha molto più a che vedere con Invasion of the Body Snatchers che con i classici topoi vampirici, con il disgregamento della società dall'interno, l'azzeramento della personalità e la sua sostituzione nello stesso involucro corporeo, che però contiene una creatura aliena. Quello con il classico film di fantascienza è un parallelo proposto da King stesso, che al periodo in cui scrisse il romanzo (1973-74) era profondamente deluso dalla scena politica americana e la corruzione dilagante.
   Troviamo per la prima volta diversi dei luoghi comuni della letteratura kinghiana: un protagonista scrittore che deve venire a patti con un trauma personale (e ci sono già i barlumi di indagine psicologica che prenderà piede del tutto nel successivo The Shining), il ruolo dei bambini come detentori del potere della fantasia e dell'immaginazione, nonché del potere che deriva dal credere nell'immaginazione (ruolo qui incarnato da Mark Petrie), e non meno importante l'ossessione per le piccole cittadine e per il male che vi cova segretamente all'interno. Riguardo a quest'ultimo punto, la città di 'Salem's Lot non è che un prototipo dei successivi teatri delle classiche vicende Kinghiane come Derry e Castle Rock.
  Il romanzo presenta ancora qualche punta acerba e qualche ingenuità da primo pelo, ma è un'ottima seconda prova che porterà alla definitiva consacrazione di Stephen King nel suo romanzo successivo. 'Salem's Lot è un piccolo classico, e King stesso l'ha definito il suo preferito tra i suoi lavori.
   Note in calce: il personaggio di padre Callahan ritornerà molti anni dopo nella serie The Dark Tower, in cui il romanzo stesso gioca una piccola parte. 'Salem's Lot, inoltre, compare in due racconti brevi raccolti nell'antologia Night Shift: One for the Road e Jerusalem's Lot.

giovedì 24 aprile 2014

Carrie (Stephen King)

   Carrie è il primo romanzo di Stephen King. Il libro che ha iniziato tutto. Il libro che ha dato i natali letterari all'uomo che ha segnato la mia vita.
   Sì, perché io Stephen King ce l'ho nel sangue, nelle ossa, nella testa. Anche se negli ultimi anni mi ci sono un po' allontanato, come un figlio che si allontana giustamente dai genitori quando diventa grande, alla fine il mio cuore è sempre con lui. Ancora ricordo quel giorno (prima media? Seconda?) in cui feci la sua conoscenza alla mostra del libro, in cui acquistai la mia copia ormai scomparsa di Incubi e deliri. La mia professoressa (Giuliana Garugli, se mi leggi, sappi che ti ricordo ancora oggi), accanita kinghiana, mi disse di attendere, perché non era una lettura adatta ad un undicenne. Aveva ragione da vendere. Eppure non l'ho ascoltata, e non me ne sono pentito per un secondo, nonostante la mia salute mentale abbia qualcosa da ridire a proposito.
   Ora, dopo questa appassionata dichiarazione d'amore che potrebbe fruttarmi un settimana in uno dei migliori sanatori del paese, torniamo a noi. Salvato dal cestino della carta straccia da quella santa donna di Tabitha King, Carrie è un libretto snello, veloce da leggere, tal taglio estremamente realistico. Per aumentare la sensazione di "vero", King ha inserito una quantità forse esagerata di fittizi ritagli di giornale, articoli, stralci di libro e finte testimonianze, tutti riguardanti il caso mediatico suscitato dalle azioni della protagonista telecinetica.
   Opera solida, deliziosamente acerba, Carrie è una testimonianza monumentale di quale inferno sia l'adolescenza. E King non ne ha per nessuno: i bulli sono dei personaggi totalmente privi di cuore e di scrupoli, degli sbandati totali privi del benché minimo briciolo di umanità; gli adulti sono assenti o, nel caso di miss Desjardin, alla fine falliscono nel tentativo di compiere il loro dovere. Carrie stessa è un personaggio per il quale è impossibile provare simpatia (King stesso ha ammesso di odiarla): è una ragazza passiva, debole; dovremmo parteggiare per lei, ma King la presenta in un modo oscuramente ambiguo, al punto da farci credere che noi stessi, avendo avuto a che fare con una Carrie nella nostra vita, non l'avremmo di certo trattata con rispetto. Il massacro finale, che in altre mani avrebbe dovuto risultare catartico, non viene presentato come tale: non è altro che il passo definitivo verso l'inevitabile autodistruzione della protagonista.
   Adattato nella celeberrima pellicola di Brian De Palma, Carrie ha lanciato Stephen King nell'olimpo dell'horror (e non solo). Considerato che contiene i germi di tutta la produzione successiva di King (comprese le sue ossessioni per la religione e il male che alberga nella provincia), direi che si è meritato tutto il suo successo.