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giovedì 24 aprile 2014

The Silmarillion (J. R. R. Tolkien)

   The Silmarillion, pubblicato nel 1977, è la seconda (che io sappia) pubblicazione postuma delle opere di Tolkien. Curato dal figlio Christopher - che ultimamente sembra voler spremere fino al midollo persino le liste della spesa scritte dal padre, vista la quantità di materiale inedito che sta pubblicando di recente - il Silmarillion è sostanzialmente un'enorme, denso, epico volume che narra le vicende di Arda (il mondo creato da Tolkien) dalla sua creazione fino agli eventi narrati in Lord of the Rings.
   Il buon vecchio Tolkien, che aveva trascorso la sua intera vita a inventare, creare, rimaneggiare, limare, eliminare qualunque cosa riguardasse il suo universo fantastico, aveva lasciato un'enorme quantità di appunti al momento della sua morte. Le sue note erano in costante evoluzione, e non è praticamente mai giunto a produrre una versione definitiva della storia di Arda. Nella compilazione del Silmarillion, Christopher decise di usare le versioni più recenti degli scritti di suo padre, in modo da evitare il più possibile di incorrere in incongruenze con lo Hobbit e con Lord of the Rings, che rimangono gli unici due libri sul mondo di Arda pubblicati durante la vita di Tolkien. L'enorme mole di materiale originale risalente ai primi anni in cui Tolkien scriveva su Arda venne poi pubblicata, sempre da Christopher, nei primi tomi della History of Middle Earth, ossia i due volumi del Book of Lost Tales.
   Mi risulta difficile parlare con obiettività del Silmarillion: si tratta di un'opera complessa, di difficile definizione. Non è un romanzo, non è una raccolta. Per fare un paragone azzardato, si potrebbe trattare di una sorta di Bibbia di Arda, un'insieme di racconti mitopoietici legati da spazio, personaggi e tematiche. Pur essendo un libro dalle dimensioni relativamente contenute, il Silmarillion contiene un numero sterminato di nomi, personaggi, storie che si incrociano nello spazio e nel tempo. E' una vera e propria opera mitologica che, nelle intenzioni iniziali dell'autore, avrebbe dovuto fingere da narrazione fittizia per le origini della storia e della cultura inglesi. Lo stile è quello distaccato proprio delle narrazioni epiche del Beowulf e del Kalevala: narrazione che raramente si avvicina ai personaggi, psicologie pressoché inesistenti ma esplicitate dalle parole stesse dell'autore, discorsi diretti ridotti all'osso. Ciò che in un normale romanzo, quindi, risulterebbe essere un difetto mortale, qui assume i connotati dell'epicità senza tempo delle antiche saghe nordiche, dei cicli di Re Artù e del Mabinogion.
   Ciò che risulta sorprendente, a primo acchito, è la densità dei fatti narrati. Con estrema nonchalance, Tolkien dipana un fittissimo arazzo di eventi che coprono un arco temporale di più di 5000 anni. Ogni singolo capitolo del Silmarillion avrebbe meritato senza se e senza ma un romanzo a se stante della stessa lunghezza di Lord of the Rings. E' quindi un po' con l'amaro in bocca che, almeno per quanto mi riguarda, rimpiango che Tolkien non sia mai riuscito a mettere ordine tra il gargantuesco numero di idee che continuava a partorire. Tuttavia c'è da dire che Tolkien, a quanto pare, fosse diventato sempre meno interessato alle storie in sé, e che sul finire della sua vita avesse investito tutta la sua attenzione sull'aspetto filosofico della sua creatura: il concetto di "dono" di Eru (la morte degli uomini), il concetto di immortalità degli elfi e via dicendo.
   Ancor più di Lord of the Rings, il Silmarillion racchiude in sé la summa della visione del mondo dell'autore: nella storia del mondo il male è un concetto impossibile da estirpare completamente. Il creato, Arda, sono intrinsecamente "buoni", ma suscettibili alla corruzione. L'intera storia di Arda è una continua "caduta" da uno stato di bellezza e armonia iniziale, a uno in cui gran parte di questa bellezza viene perduta irrimediabilmente. Centrale anche in quest'opera è la presenza di un artefatto magico - in questo caso più artefatti: i meravigliosi Silmarilli, attorno ai quali ruota il destino delle vicende narrate, che mettono anche qui in primo piano il tema dell'avidità che era preponderante in Lord of the Rings. Se però, in quest'ultimo, l'unico anello era intrinsecamente malvagio, i Silmarilli sono quanto di più puro potesse esistere: il loro posto, infatti, alla fine non sarà nel mondo, ma verranno perduti. Non bisogna pensare, nonostante ciò, che la visione di Tolkien fosse pessimistica: la corruzione è sempre  combattuta attivamente da coloro che trovano che si sia sempre qualcosa di valido da salvare.
   Per quanto mi riguarda, si tratta di un capolavoro contenente una miriade di altri capolavori purtroppo non venuti in essere.

martedì 16 aprile 2013

The Lord of the Rings

   Avrebbe dovuto accadere prima o poi. Un post su Lord of the Rings. Come fare a parlarne senza risultare banale o ripetere cose già dette e ridette da fior fior di critica letteraria? Semplice, non farò una recensione. Mi limiterò a raccontare la storia del mio amore per questo libro, forse il modo più onesto per omaggiarlo.
   Erano i tardi anni novanta, e io ero un giovane studente delle medie in un tempo in cui il termine nerd era ancora pressoché sconosciuto in Italia. Se l'avessi conosciuto non avrei esitato ad appiopparmelo. Dungeons & Dragons, Magic, libri-game, tutto ciò che faceva fantasy era mio. E un giorno, un mio compagno di scuola mi raccontò di aver scoperto nella libreria di suo fratello maggiore un volumone enorme, chiamato Il signore degli anelli, e di averlo iniziato a leggere: c'erano elfi, hobbit, nani, e tutti vivevano in questo mondo fantastico in cui gli alberi si muovevano e i protagonisti rimanevano intrappolati nel tumulo di uno spettro vecchio di ere intere.
   Dopo aver scoperto che anche la mia professoressa di italiano lo adorava (!), andai nella piccola biblioteca del mio paese e lo presi in prestito. La lettura fu un'esperienza che mi cambiò la vita: due settimane passate immerso totalmente nella Terra di Mezzo, a bocca aperta e con gli occhioni spalancati per la meraviglia di avere di fronte i mondi immaginari che il fantasy becero dei giochi di ruolo mi aveva sempre regalato, ma con qualcosa in più. La storia. C'era qualcosa sotto, che mi attirava, ma la mia giovane età non mi permetteva di capirlo consciamente. Fu così che una manciata di anni dopo arrivò la trilogia cinematografica, e l'amore venne rinnovato. Il mio libro preferito, portato sul grande schermo nella maniera più perfetta che si potesse immaginare. E quei film imponenti, maestosi, mi avvicinarono un po' di più a capire cosa amassi così tanto in Lord of the Rings.
   Il fantasy salì alla ribalta del mainstream, e io mi allontanai piano piano dalle varie Shannare e dai vari D& D, perché ormai volevo qualcosa di più pregno, qualcosa che saziasse la mia fame di letteratura fantastica. Nel frattempo fu il turno del Silmarillion, dello Hobbit, letture che troppo a lungo avevo rimandato, e finalmente capii: Tolkien aveva scritto un racconto filosofico. L'avventura della Compagnia dell'Anello è infarcita di simbolismi, figure archetipiche e tematiche che riflettono come uno specchio la personale visione del mondo di Tolkien. Paradossalmente, il suo amore per la letteratura anglosassone, ampiamente pagana, è stato lo strumento perfetto per esprimere i valori fortemente cattolici che egli ha riversato nella sua storia. La filologia germanica, le fiabe, la mitologia nordica (soprattutto norrena e finnica), il Beowulf, il Kalevala, sono solo alcune delle fonti che Tolkien ha fatto sue - con assoluto rispetto - per portare sulla pagina i temi a lui più cari: la tentazione del potere, a cui ci si può opporre solo con un animo umile e semplice, scevro dall'avidità e dalle manie di grandezza; il destino e il libero arbitrio; la speranza, a cui fa da corollario un'ampia gamma di eventi in cui interviene quella che può benissimo essere chiamata Divina Provvidenza; ma soprattutto un tema vecchio come il mondo, ossia la lotta tra il Bene e il Male. In Tolkien non ci sono sfumature di grigio. I valori morali sono ben definiti, e le azioni dei personaggi riflettono l'oscillazione della loro anima verso un polo o verso l'altro. Luce e Ombra: sono queste le due forze che fin dall'inizio dei giorni nell'universo Tolkeniano determinano la storia del mondo (aspetto esplorato pienamente nel Silmarillion). Non solo: Luce e Ombra sono due concetti talmente fisici che si riflettono fisicamente nel mondo attraverso la bellezza o la bruttezza. Non è un concetto banale, perché nell'economia del mondo di Tolkien tutto ciò è perfettamente plausibile: gli esseri più nobili conservano fisicamente in loro residui della Luce di Aman, il reame al di là del mare, e ciò si riflette sul loro aspetto immacolato e "divino". L'Ombra invece corrompe, degrada, distorce tutto ciò che prima era bello e puro. Non è un caso che gli Orchi siano tutti malvagi e fisicamente brutti: non si tratta di discorsi razziali, come diversi critici hanno sostenuto, ma si tratta semplicemente del fatto che sono creature create dalla personificazione fisica del male (il Morgoth dei giorni antichi, e in seguito Sauron), e in quanto tali altro non possono essere che esseri miserabili e corrotti.
   La perdita graduale della Luce e della bellezza è un tema che determina profondamente l'atmosfera del libro: gli Elfi, guardiani dell'equilibrio naturale e custodi di tutto ciò che cresce ed è vitale, stanno abbandonando la Terra di Mezzo; gli antichi re sono ormai un ricordo, e i loro discendenti conservano solo un'eco della gloria di un tempo; la vittoria contro l'Ombra non verrà senza prezzo, perché determina la fine della magia elfica nella Terra di Mezzo e l'inizio di un'era in cui la bellezza dei giorni passati si fa ancora più rarefatta.
   Ma non ci si deve lasciare ingannare da tutti questi significati sottintesi o meno. Tolkien disapprovava apertamente dell'allegoria, quando creata consciamente dall'autore, e il suo libro va preso soprattutto per quello che è: una storia travolgente, un atto d'amore verso le sue passioni, il suo lavoro e la sua terra, un'opera immensa in cui si scorgono tutti i dettagli di un mondo talmente intricato la cui creazione rimarrà un atto irripetuto e irripetibile.

giovedì 30 agosto 2012

Kushiel's Avatar

   Kushiel's Avatar è l'ultimo capitolo della cosiddetta "trilogia di Phèdre" all'interno della saga di Kushiel's Legacy. Ultimo perché i tre libri successivi saranno affidati alla voce narrante di Imriel De La Courcel, mettendo da parte la nostra prostituta preferita in favore di un protagonista maschile. E' proprio attorno a Imriel che si sviluppano gli eventi che danno il via alla trama di Kushiel's Avatar: figlio dei due più grandi traditori del regno di Terre d'Ange, la sua scomparsa al termine del precedente Kushiel's Chosen lasciava un mistero in sospeso che viene svelato ben presto in questo capitolo successivo. Melisande l'aveva nascosto ancora infante proprio sotto il naso di Phèdre, in un santuario sui monti siovalesi, ma ora sono passati dieci anni, e Imriel è scomparso nuovamente, questa volta senza lo zampino di Melisande. La donna è costretta a chiedere aiuto alla sua eterna nemesi Phèdre no Delauney che, impotente come sempre di fronte al potere magnetico della nemica, si imbarca in una doppia cerca: quella di Imriel e quella del vero Nome di Dio, mistica parola che le permetterà di rompere la maledizione che tiene legato il suo amico d'infanzia Hyacinthe al suo destino di Signore degli Stretti.

   Kushiel's Avatar di discosta dai due precedenti volumi in più aspetti. Come già detto, sono passati dieci anni dagli eventi di Kushiel's Chosen, e abbiamo quindi una Phèdre più matura, più consapevole delle sue capacità e dei suoi limiti, e in un certo modo più riflessiva e meno istintiva. I conflitti sentimentali con Joscelin sono stati messi a tacere da tempo con gran lungimiranza della Carey, che evita di ripetere così gli stessi schemi degli altri due capitoli della trilogia. La struttura stessa del romanzo è diversa: niente più intrighi di corte né confessioni strappate ai patroni di Phèdre nel mezzo dei suoi incontri sessuali, ma un'immediata immersione a capofitto nella cerca della protagonista. I luoghi che sarà costretta a visitare sono molto più numerosi rispetto ai libri precedenti, e questo non è altro che un bene: anche in questo caso la Carey fa sfoggio del suo amore per i viaggi e i paesaggi, portandoci nei corrispettivi fantastici della Spagna, dell'Egitto, del Medio Oriente e dell'Africa Nera.
   Kushiel's Avatar è diverso soprattutto a livello tematico: la sessualità spinta ma tutto sommato "giocosa" di Kushiel's Dart e Kushiel's Chosen è portata qui a livelli molto, molto più dark. Nella parte ambientata nel Drujan, in cui Phèdre è messa faccia a faccia con i livelli più oscuri della sua condizione di anguissette, la vediamo sottostare impotente alla sua natura masochista persino davanti alle torture e alle umiliazioni più pesanti. Ed effettivamente non è per tutti i gusti questa porzione del libro, tutta giocata claustrofobicamente attorno a un despota che sodomizza donne e bambini con un fallo di ferro chiodato. Nulla comunque è gratuito, e la presenza di Phèdre in questo harem perverso è giustificata dall'onnipresente mano degli dei nel suo destino: di Elua, ma anche di Kushiel, colui che l'ha prescelta e il cui operato Phèdre inizia a mettere in seria discussione. Il rapporto con gli dei e i temi religiosi sono trattati con estrema cura anche in questo terzo volume: lo scetticismo di Phèdre e di Imriel verso Kushiel e Elua rispettivamente è coinvolgente tanto quanto il concatenamento stesso degli eventi, che non sono pochi. Estremamente realistico anche il ritratto, seppur abbozzato, dello zoroastrianesimo, che gioca una ruolo fondamentale nella prima parte del romanzo.
   La seconda, dedicata alla ricerca del Nome di Dio, viene riscattata da toni più leggeri ed esotici, e un'altra, bellissima riproposizione di mitologie alternative. Questa volta si tratta della storia della regina di Saba e di Sholomon (Salomone), che chi ha qualche familiarità con la Bibbia ben conosce. Per recuperare il nome divino Phèdre si reca fin nel cuore del continente africano regalandoci momenti conditi da un forte sapore esotico, nonché la costruzione di un sorprendente legame famigliare con Imriel. Nel confronto finale con la regina Ysandre, che tenta di reclamare per sé il ragazzino, la Carey non si risparmia nemmeno un poco velato riferimento ai dibattiti odierni sul concetto di famiglia, affermando che "not every family is born of seed and blood". Mica poco.

   Per il resto, poco da dire che non sia già stato detto. I personaggi sono ben tratteggiati come al solito (alcuni, tra cui Ti-Philippe o la stessa Ysandre, messi in secondo piano a favore di azzeccati personaggi secondari come Kaneka), e come al solito Melisande risplende come un diamante, per quanto rappresentata sotto un'inedita luce di madre disperata. Il bacio finale tra le due nemiche, e quello che suppongo essere un addio definitivo tra le due, è memorabile e regala qualche brivido.

domenica 19 agosto 2012

Kushiel's Chosen

   Se c'è una cosa che amo di Jacqueline Carey, è come riesca a inserire nei suoi libri messaggi per nulla banali e riflessioni colte pur rimanendo nell'ambito della narrativa popolare. Kushiel's Chosen, secondo capitolo della serie Kushiel's Legacy, non fa che riconfermare tutto ciò.
   Il libro prende il via direttamente dal mistero lasciato in sospeso dal precedente Kushiel's Dart, ossia la scomparsa di Melisande Sharizai e la natura della sfida lanciata a Phédre simboleggiata dal mantello color sangoire che la protagonista credeva perduto. La prima parte non si discosta molto da quella corrispondente del primo libro: Phédre di dedica nuovamente al servizio di Naamah e ritorna a utilizzare le sue abilità erotiche per risolvere l'enigma, che anche in questo caso, tra miriadi di nomi che molto spesso non vengono nemmeno associati a un personaggio che compare nell'azione, è fin troppo complicato.
   Le sue doti di cortigiana però non bastano e si vede costretta a viaggiare alla Serenissima, corrispondente kushieliano della nostra Venezia, che si rivelerà un covo di vipere molto peggiore della corte della Città di Elua. Il mistero di Melisande viene risolto con un colpo di scena molto ben piazzato, che metterà in moto nuovi avvenimenti che porteranno Phèdre fino alla lontana isola di Kriti.

   Kushiel's Chosen offre un'ambientazione più ampia rispetto al suo predecessore: come già detto abbiamo La Serenissima, che non può che ricordarci con piacere Venezia, le coste dell'Illyria (controparte della Dalmazia), e Kriti, cioè Creta. Ancor più che in Kushiel's Dart si capisce la passione dell'autrice per i viaggi:  i luoghi descritti sono assolutamente vividi e reali, tanto più dato il fatto che sono tutti basati su posti esistenti. Il discorso però non si ferma qui, perché la Carey dimostra una cultura non indifferente quando va ad arricchirli di tutti i dettagli delle loro controparti reali. Così a La Serenissima abbiamo la città divisa in sestieri, nell'Illyria troviamo diverse creature folkloristiche che popolano i territori balcanici, e a Kriti ci viene proposto un assaggio dei misteri dionisiaci e della mitologia minoica. La Carey non si limita solo a prendere nomi a caso, quindi, ma si documenta approfonditamente su tutto ciò che ci sta dietro.
   Vale lo stesso per le tematiche religiose: Asherath è basata sulla vera divinità cananea Asherah, e la storia del suo dolore nato dalla morte del figlio Eshmun è un'importante parte della trama. Il voto che Phèdre le offre dopo essere scampata indenne dalla prigione della Dolorosa riesce a rappresentare un senso del sacro in maniera vivida, nonché a condurre astutamente al gran finale al tempio della dea in cui Phèdre fa le veci dell'oracolo con un'intuizione geniale. Per niente scontate anche le rivelazioni sulla natura da anguissette di Phédre: è una creatura destinata a prendersi carico del dolore (ad amare il dolore) in modo che nel mondo ci sia un equilibrio. E' proprio vero che la giustizia di Kushiel è crudele.
  Niente di nuovo da dire sui personaggi, buonissimi come nel volume predecente, se non che Melisande continua a risplendere tra tutti come una delle migliori villainess mai rappresentate. Persino quando non entra in scena la sua presenza di sente, vuoi perché gli eventi della trama sono sempre messi in moto dal suo genio machiavellico, vuoi perché il suo rapporto con Phèdre è unico: nemiche mortali, nemesi l'una dell'altra, ma nonostante tutto c'è un filo d'amore che continua a tenerle legate e di cui sono perfettamente consapevoli. Forse, dopotutto, sono due facce estremamente diverse di un'unica medaglia. Senza contare che le loro battles of wits sono impareggiabili.
   Qualche riserva per Joscelin, il cui comportamento finisce per risultare snervante, seppure perfettamente in linea con la storia d'amore totalmente paradossale con Phédre. Fortunatamente la Carey sa quando il troppo è troppo, e fa uscire di scena Joscelin al momento giusto per riportarlo nella storia con un atteggiamento totalmente diverso.
   Sempre positivo il giudizio sulla scrittura dell'autrice: eloquente, suadente, elegante, spesso barocca nei giri di parole e negli orpelli linguistici, senza mai scadere nel gratuito o nel pacchiano. Non è impresa da pochi.

giovedì 5 luglio 2012

A Dance with Dragons

Questa recensione contiene spoiler


   Questo è il primo di due post dedicati alla saga A Song of Ice and Fire. Il secondo sarà dedicato alla bellissima seconda stagione televisiva di Game of Thrones, mentre con questo mi voglio subito togliere il dente dolorante: A Dance with Dragons non mi è piaciuto.

   Prima di parlare del libro permettetemi di dire un paio di cosine in tutta franchezza.
   Primo: l'avevo già detto, e lo ribadisco, sono stanco di leggere a destra e a manca pagine e pagine di siti internet in cui fan invasati (e quelli di Martin lo sono, ma proprio tanto) dissertano su fantomatici aspetti letterari della saga, su come Martin sia un genio conoscitore della psicologia umana, su come costruisca dei supposti grandi affreschi storici, su come tocchi grandi temi che sono sempre stati presenti nella storia dell'umanità.
   Ma per favore. Non sto nemmeno ad elencare quanti scrittori hanno affrontato tematiche simili in modo realmente profondo e innovativo, usando tra l'altro un quarto delle pagine impiegate da Martin. Basta solamente andarli a cercare. A Song of Ice and Fire non è letteratura, è una serie di best-seller. Best-seller professionali, ma di certo non parliamo di letteratura. Parliamo di intrattenimento, di personaggi fighi, di una trama complessa è avvincente (almeno fino a prima di Dance), quindi godiamocela per quello che è.
   Secondo punto: Martin non è Dio, suvvia. È un buon mestierante, ma come scrittore è piuttosto indisciplinato: anche gli ottimi tre libri della saga contenevano diversi scivoloni di impostazione narrativa e qualche lungaggine, ma si perdonavano loro le mancanze grazie a una trama mozzafiato e personaggi interessanti tra i quali si instauravano dinamiche inaspettate. Questo secondo punto mi porta direttamente al problema principale di A Dance with Dragons: a livello narrativo, ci troviamo davanti a un disastro. L'intero libro, per citare una recensione di Amazon, si può riassumere più o meno come "molteplici personaggi che vagano lentamente per il mondo avvicinandosi - senza mai raggiungerlo - un posto in cui qualcosa di interessante potrebbe potenzialmente accadere".
   Mai commento fu più appropriato. In Dance il ritmo narrativo è inesistente. Non c'è nemmeno la parvenza di una pianificazione strutturale. Martin sembra salito sul carrozzone che portò Robert Jordan a scrivere una sequela sterminata di libri in cui sostanzialmente non accade niente di niente. Abbiamo personaggi che parlano di quello stanno per fare, che ripercorrono fino allo sfinimento eventi già accaduti, descrizioni su descrizioni di ciò che i personaggi mangiano (!!!), ma, soprattutto, descrizioni di viaggi. Sì, come già detto, la maggior parte dei personaggi passa il tempo viaggiando senza però arrivare da nessuna parte.
   Abbiamo almeno tre personaggi che tentano di arrivare da Daenerys: Tyrion, Quentyn e Victarion. Il primo parte bene, incontrando due nuove interessanti conoscenze (Jon Connington e il redivivo Aegon Targaryen), che però spariscono ben presto relegando off- screen l'unica parte della trama in cui succede davvero qualcosa; Tyrion rimane in seguito invischiato in una serie di avventure (?) delle quali viene da chiedersi se ci fosse bisogno. Il povero Quentyn è forse il POV più inutile dell'intera serie: è l'unico che davvero raggiunge Daenerys, solo per fare una fine ingloriosa dopo una serie di lunghi capitoli che anche se eliminati in toto non avrebbero tolto nulla alla narrazione. Ugualmente inutili e inconcludenti e capitoli di Victarion, inseriti quasi per ricordarci della sua introduzione nel libro precedente.
   Daenerys stessa non fa che passare il tempo a fare il bagno, a parlare di come potrebbe agire con i suoi consiglieri, a rimuginare e autocommiserarsi per la sorte di una città di cui nella sua epifania finale realizzerà non interessarle nulla. A giudicare dai nodi irrisolti che costellano le storylines del continente di Essos, mi chiedo quanto ancora ci vorrà perché l'azione si risposti a Westeros.
   Parlando di Westeros, ci ritroviamo davanti a un'accozzaglia di POV il cui assembramento caotico sembra rispecchiare la confusione che regna nel nord e a King's Landing. E non lo dico come un complimento. I bei capitoli di Cersei  e di Jaime sembrano inseriti a forza solo per risolvere i cliffhanger di A Feast for Crows, riuscendo solamente a crearne altri, come quello ambientato a Dorne pare servire solo a ricordarci dell'esistenza dei Martell. Davos compare fin troppo solamente per raggiungere lord Manderly, scoprire che dovrà recuperare Rickon Stark, e scomparire dalla trama senza lasciare traccia.
   L'unico scopo di Asha Greyjoy è quello di mostrare la marcia di Stannis verso Winterfell, che sembra fare da preludio a una battaglia con i Bolton che mai si materializzerà.
   Nemmeno per il palloso Jon Snow le cose vanno meglio: pagine e pagine passate a ispezionare le riserve di cibo di Castle Black, a pensare a come risolvere la situazione con i wildings, a ricordare la sorte di Ygritte (ogni volta che leggevo la frase "You know nothing, Jon Snow", avrei voluto dare il lettore ebook in pasto al cane), a parlare, parlare, parlare. L'ultimo capitolo di Jon ci riserva quello che dovrebbe essere l'unico vero colpo di scena del libro, anche se, considerata l'importanza del personaggio, è praticamente certo che sopravviverà alle coltellate ricevute a causa del malcontento serpeggiante nella Night's Watch, o che perlomeno tornerà incarnato nel suo lupo.
   Theon è forse l'unico che gode di un arco narrativo completo, riacquistando un'identità e una parvenza di dignità dopo le terribili torture subite. I suoi capitolo sono soddisfacenti, per quanto non l'abbia mai amato, ma mi fanno arrivare a un'altra considerazione poco piacevole riguardo all'abominevole mostruosità di Ramsey Bolton e delle vari episodi gore presenti nel libro: le continue torture, mutilazioni, gli smembramenti, gli onnipresenti stupri. Se nei primi libri questi elementi erano funzionali al realismo dell'opera, sembra che Martin abbia iniziato a provare gusto nell'inserire elementi raccapriccianti di cui non sempre si sente il bisogno, che addirittura se ne autocompiaccia. Ci serviva davvero sapere che Ramsey scuoia vive le ragazze per divertimento? O vedere Theon leccare la passera di Jeyne Poole su ordine di Ramsey? Me lo vedo Martin, grasso e rubicondo sulla sua scrivania, mentre scriveva la scena: "Come posso fare per rendere più interessante tutto ciò? ... Ma certo, leccata di figa da parte di un tizio sdentato e menomato! GENIO!"
   Troppo, troppo cheap.

   A Dance with Dragons è un immenso pasticcio, un passo falso derivato probabilmente dall'aver creato un'eccessiva diaspora dei personaggi nel precedente A Feast for Crows. Quest'ultimo non mi era dispiaciuto, se non altro per una maggior coesione di location e di relazioni tra i personaggi, che non partecipavano semplicemente in delle storie microscopiche slegate tra loro come accade in questo quinto volume. Se poi consideriamo che i due libri sono in realtà da considerarsi un unico capitolo e che il tempo impiegato per scrivere entrambi è stato di quasi undici anni (undici!), la situazione è davvero imperdonabile.

   Non so cosa sia successo nella testa di Martin dopo A Storm of Swords, ma sta di fatto che ha affermato di non aver ancora chiaro come arrivare alla fine della saga. Beh, si vede, e il fatto che abbia dovuto buttare via gran parte del materiale scritto per Dance prima di decidere di separarlo in due volumi dimostra quanto scadente sia stata l'impostazione del lavoro e come Martin sia diventato prolisso. Lui stesso ha confessato senza vergogna di aver dovuto troncare la narrazione prima del finale che aveva in mente perché il libro era diventato troppo lungo: un'affermazione del genere fatta da uno scrittore professionale è inascoltabile.
   Resta solo da sperare che la paura di essere superato dalla serie tv gli faccia organizzare meglio le idee senza ulteriori scivoloni e impantanamenti. Che ce la possa fare?

lunedì 30 maggio 2011

"Gardens of the Moon" [recensione]

Gardens of the Moon (I giardini della Luna) è il primo libro della saga The Malazan Book of the Fallen di Steven Erikson, titolo tradotto assolutamente a caso nell'edizione italiana in La caduta di Malazan: evidentementemente a qualcuno è sfuggito il fatto che Malazan è un aggettivo, non un nome, e che almeno fin qui non c'è in vista nessuna caduta (o quasi).

Questo Gardens of the Moon mi ha lasciato stranito per circa duecento pagine abbondanti, pagine in cui veniamo letteralmente sommersi di nomi, di eventi, di informazioni solo accennate nei dialoghi dei personaggi senza che l'autore ci dia la minima informazione su cosa stia succedendo. Cosa accade quando un mago accede al suo Warren (canale in italiano, anche se sarebbe più corretto qualcosa come labirinto)? Chi è in realtà questa imperatrice Laseen sempre sulla bocca di tutti? Lo possiamo solo immaginare, e il quadro generale che ne esce è quello di un mondo in cui la magia è dietro l'angolo, un mondo che ha alle spalle una storia di guerre continue e che ora è pressato dall'avanzata di questo temibile Impero Malazan.

Venire catapultati nella storia in medias res senza uno straccio di introduzione è una mossa azzardata, che potrebbe far chiudere il libro a metà a più di un lettore. Tanto più che nemmeno la trama è chiara: solo alla fine del volume, quando le storie di tutti i personaggi convergono negli eventi ambientati nella città di Darujhistan, iniziamo a vedere un filo conduttore che accomuna i destini di un cast di presenze enorme. Il difetto principale di un'opera del genere è forse questo: essere troppo estremista nel rifiutarsi di concedere il minimo infodump, col rischio di alienare i lettori meno vogliosi.

Ma se da un lato è un limite, questa caratteristica rappresenta paradossalmente anche un lato affascinante di Gardens of the Moon: il ricevere informazioni col contagocce fa intuire che sotto alla superficie il mondo di Erikson è enorme, come è smisurata la storia che gli sta alle spalle. Abbiamo esseri vecchi di centinaia di migliaia di anni, città e rovine la memoria del cui passato si è persa negli eoni. Giova in questo il passato da geografo e archeologo dell'autore, perfettamente disinvolto nel darci l'idea dello scorrere di un tempo smisurato e nel delineare razze e popoli credibilissimi seppur inventati di sana pianta senza il minimo riferimento al nostro, di mondo.

Non aspettatevi troppe emozioni. I personaggi sono talmente tanti che ho trovato impossibile provare empatia per loro: si alternano sulle pagine a una velocità impressionante, quasi che Erikson non voglia intenzionalmente farci affezionare a loro. E non è nemmeno la loro caratterizzazione il punto forte del libro, bensì una necessità di raccontare ogni singolo evento come in un libro di storia, fornendoci così un arazzo impressionante che fa intuire l'enorme portata della trama che ci aspetta nei nove libri successivi.

Gardens of the Moon è fantasy puro. Ci sono maghi, alchimisti, razze fantastiche e magia "urlata". Sto provando un leggero fastidio ultimamente per fantasy di questo tipo, ma se ce ne fossero di più come questo, fatti con la stessa cura e la stessa passione, non mi sarebbe difficile cambiare idea.

Il sito di Stephen Erikson: www.stevenerikson.com

Piccola nota: il mondo di The Malazan Book of the Fallen è stato creato da Erikson assieme a Ian Cameron Esslemont (a cui Gardens of the Moon è dedicato), che sta scrivendo un'ulteriore saga ambientata nello stesso mondo sotto il nome di Novels of the Malazan Empire.

sabato 7 maggio 2011

"White as snow"


White as Snow, inedito in Italia, è un romanzo di Tanith Lee, autrice britannica estremamente prolifica che purtroppo sembra passare inosservata. E' una delle sole sue due opere che abbia letto, ma è bastata a farmi mettere in programma di lettura praticamente tutta la sua bibliografia reperibile, che spazia da libri per bambini al fantasy, dall'horror alla fantascienza.
Il romanzo è parte della Fairytale Series, una collana edita da Terri Windling che raccoglie opere basate sulle fiabe più svariate. Tanith Lee non è nuova al genere fiabesco: nei primi anni '80 ha pubblicato Red as Blood, una raccolta di racconti anch'essi basati su fiabe più o meno note, tutti di ottima qualità, capaci di reinventare con soluzioni intriganti le storie che già conosciamo, e di scavare nei loro significati latenti portandoli alla luce con un'abilità sottile.
Tra le fiabe rivisitate in Red as Blood c'era anche quella di Biancaneve, ri-narrata in modo sovversivo nel racconto che dà il titolo alla raccolta: qui la dolce principessina che i più conoscono dal film della Disney era una inquietante creatura vampirica che la cristianissima regina decideva di eliminare per il bene del regno.

La storia di Biancaneve è ripresa in White as Snow in un modo del tutto diverso. La Lee punta qui sull'aspetto mitopoietico della vicenda, e arriva a portare tale aspetto alle estreme conseguenze intrecciandovi il mito di Demetra e Persefone con una coerenza ammirabile.
La trama è semplice: Arpazia è la matrigna della fiaba (che qui non è per niente una matrigna, ma la madre biologica dell'altra protagonista), una ragazza che viene stuprata quando un condottiero di nome Draco conquista il castello di suo padre. La prende in moglie, diventa re, e lei a sua volta diventa regina. Lo shock dello stupro e del vedersi strappata dal vecchio mondo che conosceva porta Arpazia a rigettare il frutto della violenza subita, la principessa Candacis che tutti chiamano Coira, e a sviluppare un'ossessione per uno specchio (che sia magico o meno è lasciato decidere a noi). Arpazia si rinchiude sempre di più in se stessa e nelle sue stanze, viene dimenticata da tutti e scivola sull'orlo della pazzia fino all'inevitabile tragico finale.

White as Snow è un romanzo in cui non succede quasi nulla. Se ne guardino bene gli amanti del fantasy machista alla Martin o alla Erikson. E' un romanzo in cui si sente pesantemente la mano narrante di una donna, ma attenzione, è una mano spietata, oscura. Tutto è giocato sulle dinamiche di attrazione/repulsione tra le due protagoniste che, paradossalmente, sono quasi all'oscuro delle reciproche esistenze.
La componente mitopoetica e simbolica è fortemente espressa dal personaggio di Arpazia, che arriva a incarnare una figura materna terribile, irrazionale, una dea madre che divora i propri piccoli per poter sopravvivere. Coira, d'altra parte, è la duplice Cora/Persefone della mitologia, vergine sulla terra e regina della morte nell'aldilà, ruolo che nel libro viene espresso con una discesa all'inferno non solo psicologica, ma anche fisica. Arpazia e Coira sono dei personaggi talmente simbolici che nel romanzo risultano addirittura spersonalizzate dalla quantità di nomi con cui vengono chiamate, e Tanith Lee si guarda bene dal farci coinvolgere emotivamente da loro: non sono che due burattini nelle mani di una storia più grande di loro, un ripetersi ciclico che può avere un solo esito.
Delle due è Arpazia a spiccare: il ritratto di una donna alienata e ossessiva è magistrale, ed è chiaro che è lei di cui la Lee importa di più raccontare. Ma è anche quella verso cui l'autrice è meno indulgente: non ci sarà alcuna redenzione per Arpazia, nessuna pietà. Coira è una figura più vaga, passiva, meno coinvolgente di Arpazia. Ma è a lei che, contro ogni aspettativa, viene affidato un finale speranzoso, che fa chiudere il libro con un sospiro di sollievo dopo pagine e pagine in cui non si respira altro che disperazione.

Uno dei punti forti della Lee, a quanto ho sentito, è la sua prosa. E a giudicare da quanto ho letto è proprio così. Un narrare etereo, fumoso, ricco di aggettivi e di suggestioni. Sembra quasi che non ci sia affatto una narrazione, ma piuttosto una sequela di immagini della consistenza di un sogno (o di un incubo).
Un plauso lo merita anche l'ambientazione, un medioevo immaginario in un mondo altrettanto immaginario di cui non viene svelato assolutamente nulla, contribuendo in questo modo al tono rarefatto della prosa e della vicenda. Belle anche le suggestioni del mondo pagano, di cui la Lee coglie perfettamente lo spirito.

Degna di nota pure l'introduzione di Terri Windling, un piccolo saggio esaustivo sulla fiaba di Biancaneve e sui significati nascosti che col tempo si sono persi.

Una delle migliori letture degli ultimi tempi.

mercoledì 13 aprile 2011

"The Wonderful Wizard of Oz" + "Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West"



L'unico motivo per cui ho letto Il Mago di Oz (The Wonderful Wizard of Oz) è stato l'interesse per un libro correlato, ossia Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West (uscito in Italia col titolo Strega), di cui parlerò nella seconda parte di questa recensione doppia.
Avevo sempre nutrito dei dubbi sulla fiaba moderna di Frank L. Baum, dubbi che sono stati confermati dalla lettura: Il Mago di Oz è un raccontino sciocco al punto giusto, con un messaggio facile facile (tutte le qualità a cui aspiriamo le possiamo già trovare dentro di noi), e non è difficile immaginare come mai sia entrato nell'immaginario collettivo americano già prima della realizzazione del celebre film.
La storia qui da noi non è così nota: Dorothy, una bambina del Kansas, viene spazzata via da un ciclone con tutta la sua casa, per atterrare in seguito nella terra magica di Oz. Qui, accompagnata da un trio di compagni improbabili - un leone codardo, uno spaventapasseri e un taglialegna di latta - va alla ricerca del Mago del titolo per far sì che la rispedisca a casa dagli zii.
Se per un pubblico di bambini la storia potrebbe anche essere passabile (ma c'è comunque molto, molto di meglio), leggendola con gli occhi di un adulto ho trovato sotto la patina magico-mielosa degli elementi non poco inquietanti.
Per prima cosa c'è da premettere che l'intento di Baum era quello di creare una fiaba moderna, spogliata di tutti gli elementi macabri e dark delle fiabe tradizionali. Così facendo, la violenza - sì, violenza! - all'interno della storia appare del tutto ingiustificata: se le streghe e i vari antagonisti dei racconti dei Grimm erano dei personaggi davvero terrificanti e meritevoli della fine terribile che veniva inferta loro, ne Il Mago di Oz non c'è nulla di minaccioso: cos'hanno le Streghe Cattive dell'Est e dell'Ovest di così cattivo, se non il nome? La prima viene spiaccicata dalla casa di Dorothy senza che nemmeno le venga attribuita una battuta; della seconda sappiamo che tiene in schiavitù i suoi sudditi, ma nulla di tutto ciò viene realmente mostrato. Abbiamo solo dei vaghi accenni, ma niente che si possa comparare a una matrigna cattiva che vuole mangiare il cuore di Biancaneve, o di una strega cannibale che non aspetta altro che infornare Hansel e Gretel. Vediamo quindi Dorothy commettere con candida innocenza degli omicidi, seppur involontari, e i suoi compari indulgere in una serie di violenze su animali vari che mi hanno fatto impallidire.
Oltre a ciò - ma qui si tratta forse solo di impressioni personali - l'idea che ho avuto del mondo di Oz è di una realtà posticcia, plasticosa, a tratti disturbante (l'episodio della Terra di Porcellana mi ha messo i brividi).
Sorprendentemente, ho ritrovato nel libro di Gregory Maguire la conferma di tutte le sensazioni che Il Mago di Oz mi aveva trasmesso.
Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West è, come annuncia il titolo, la storia della Strega Cattiva dell'Ovest, appositamente rivista e rielaborata alla luce degli eventi del libro di Baum e del film.
Qui la strega ha un nome: Elphaba. E' una ragazza particolare: sarcastica, beffarda, intellettuale. Ed è anche un personaggio scomodo, perché ha un carattere appassionato e arriva a denunciare apertamente le efferatezze che si nascondono sotto la superficie glassata della terra di Oz: la tirannia del Mago, che qui è un dittatore con tanto di forze armate al seguito, e la persecuzione contro gli Animali, in cui l'iniziale maiuscola indica degli esseri zoomorfi dotati di intelletto pari a quello di un umano. Purtroppo per Elphaba, gli atti che arriverà a compiere per rimanere fedele al suo spirito attivista saranno destinati a fallire, e la sua figura finirà per essere largamente incompresa.
I protagonisti della storia di Baum rimangono relegati sullo sfondo (anche se l'arrivo di Dorothy, ovviamente, mette in moto tutte le vicende che porteranno al tragico epilogo), mentre vengono largamente sviluppate quelle che erano solo macchiette, come Glinda, Boq, la Strega dell'Est qui chiamata Nessarose, e il Mago stesso. Devo dire che con i personaggi Maguire ci sa fare, perché sa renderli tutti sia simpatici che riprovevoli in diversi punti della storia, e a ognuno di loro fa commettere delle azioni che ne mineranno la purezza iniziale: Glinda, intelligente e piena di potenziale, diventa una sciocca signora dell'alta società; Boq, ugualmente brillante, sposa una moglie scontenta che verge sempre sull'orlo del suicidio; Nessarose diventa una figura politica temibile quasi quanto il Mago, e così via. Si può dire che l'intero romanzo sia una grande discesa dalla purezza iniziale verso il male e/o la stupidità che inevitabilmente contagia ognuno al contatto con la realtà della vita.
Wicked non è un romanzo perfetto: molte scelte stilistiche sono discutibili, e non sono riuscito a perdonargli diverse lungaggini, prima su tutte l'intera, corposa parte ambientata nel Vinkus. Il lato politico della vicenda, molto preponderante, non è nemmeno fatto trapelare tra le righe, bensì urlato a pieni polmoni. Wicked ha però il pregio di scardinare le certezze che un'opera tanto amata (almeno negli USA) come Il Mago di Oz ha instaurato nell'immaginario collettivo, presentando personaggi tutto sommato sciatti in una luce nuova ed estremamente moderna.

venerdì 11 marzo 2011

"A Dance with Dragons": in arrivo (?)

A Dance with Dragons uscirà il 12 luglio 2011.
No, non è un'altra data fittizia che Martin spara per tener buoni i fan, ma è una data ufficiale fissata dalla Bantam. Farei i salti di gioia se non fosse che il rubicondo ciccione specifica di non aver ancora finito il libro, ma che gli manca talmente poco che la casa editrice si è sentita sicura nell'annunciare la data.
Io voglio crederci. Le mie speranze di vedere pubblicati gli ultimi due libri sfumano sempre di più, ma A Dance with Dragons lo esigo, è una questione di principio.

Già che ci sono ne approfitto per ricordare che la serie televisiva Game of Thrones debutterà il 17 aprile, e per chiedermi come mai tutto il materiale relativo alla saga venga proposto con questo titolo, piuttosto che con il più logico A Song of Ice and Fire. Mah.

domenica 13 febbraio 2011

"The Ill-made Mute" - The Bitterbynde: libro 1



Il primo romanzo di Cecilia Dart-Thornton (in Italia La ragazza della torre, titolo che molla subito un bello spoiler su un fatto che viene celato per buona parte del libro) è un fantasy che più classico non si può: e non lo dico come fosse un difetto, anzi. Con 'classico' non intendo nani, elfi, quest che ci portano tra tutti gli elementi geografici che possono essere contenuti in una mappa formato A4, maghi che sparano palle di fuoco e compagnia bella - insomma, la fuffa che putroppo i giochi di ruolo e gli imitatori del buon vecchio Tolkien hanno sdoganato - , ma parlo piuttosto di un ritorno al mio amato folklore. In mezzo al fantasy machista e cazzuto che pare andare di moda oggi, il mondo magico e delicato della scrittrice australiana mi è arrivato come una boccata d'aria fresca per il suo ricorrere ad elementi della tradizione popolare, in questo caso presi tutti pari pari dalle leggende irlandesi.
Abbiamo una creatura che si risveglia senza memoria dopo un misterioso incidente. Non sa nemmeno se è un maschio una femmina, è muta a causa di un incantesimo ancora più misterioso, ed è orribilmente sfigurata. Passa i primi tempi della sua nuova esistenza nella Torre di Isse, uno degli scali a cui fanno approdo le Navi del Vento che solcano i cieli di tutto il mondo conosciuto, e ascolta le storie che i servitori raccontano a proposito delle pericolose creature fatate che popolano le regioni selvagge. La creatura ben presto si stanca delle angherie a cui viene sottoposta e, una volta resasi conto che il suo corpo è quello di una ragazza, fugge dalla Torre decisa a riacquistare la memoria, la voce e un aspetto che non susciti orrore nella gente.
Inizia così una serie di avventure che la porteranno a scoprire un ricchissimo tesoro, a fare nuovamente conoscenza del mondo e a conoscere un amore probabilmente impossibile.
Nelle peripezie di Imrhien (così viene rinominata la protagonista senza nome) intervengono innumerevoli elementi della tradizione irlandese: la Caccia Selvaggia, il nuckelavee, l'each uisge, i duergar, i bovini acquatici... In molti casi, addirittura, delle storie popolari vengono prelevate intatte e messe in bocca ai personaggi. All'inizio del romanzo ho trovato questa procedura leggermente forzata, come se la Dart-Thornton le inserisse solo per il gusto di farlo; probabilmente è stato così, perché molti inserti sono del tutto gratuiti all'economia del racconto. Ma man mano che la storia avanza l'autrice sembra prendere confidenza col potenziale che l'elemento tradizionale offre, e nella seconda parte arriva ad amalgamarlo nella sua storia con molta più maestria (capacità che sarà ancora più sviluppata nel secondo capitolo della trilogia, The Lady of the Sorrows).
Il viaggio di Imrhien cattura: pur essendo un classico escamotage, le situazioni in cui si la ragazza si ritrova sono avvincenti e la capacità descrittiva dell'autrice ci offre degli scenari davvero belli. Su tutti, ho trovato estremamente affascinante il paesaggio acquatico del Mirrinor, per il quale la Dart-Thornton si sbizzarrisce nel descriverci flora, fauna e creature fatate con una ricchezza lessicale davvero notevole. E' anche questa una qualità distintiva della prosa della trilogia: una varietà di termini inusuali e spesso desueti che danno un tono colorato al racconto, quasi stessimo osservando le pennellate di un quadro impressionista.
Putroppo la traduzione italiana non rende altrettanto bene il lessico dell'originale, e in certi casi preferisce mantenere intatte diverse parole, prime fra tutte seelie e unseelie. Sono due termini obsoleti usati nei paesi anglofoni ormai quasi solamente per distinguere le due classi di creature fatate, le benevole e le maligne, e non sono quindi invenzione dell'autrice. Così come anche gramarye, carlin, bitterbynde, e altri che dovrei ricontrollare: niente impediva alla signorina Annarita Guarnieri di fare una ricerchina e scovare qualche equivalente italiano appropriato.
Tutto sommato, però, il romanzo scorre piacevole fino al finale che, vi avverto, è apertissimo: nulla verrà rivelato sul mistero di Imrhien. Dovrete aspettare fino al seguito per conoscere il passato della protagonista, e vi assicuro che ne vale la pena.
Pur con le sue piccole ingenuità da romanzo di debutto - la presenza di qualche spiegone di troppo che stona - The Ill-made Mute è un lavoro onesto. Date le pesanti connessioni con le tradizioni irlandesi forse l'autrice avrebbe dovuto prendere in mano il coraggio e ambientare il racconto direttamente nel mondo reale, piuttosto che in universo fantastico, ma tant'è: il libro rimane comunque un'opera umile e senza pretese, come pochi se ne trovano nel mucchio del reparto fantasy delle librerie.

Il sito di Cecilia Dart-Thornton: www.ceciliadartthornton.com

mercoledì 12 gennaio 2011

"Kushiel's Dart" - Kushiel's Legacy: libro 1


Ho letto questo libro già da un paio d'anni, ma mi sto dilettando con la versione inglese da qualche giorno. Kushiel's Dart (uscito in Italia con il titolo Il dardo e la rosa) è il romanzo di debutto di Jacqueline Carey, autrice dell'Illinois amante dei viaggi e della mitologia. Le sue passioni sono evidentissime nel mondo da lei creato, che non è nulla di nuovo in realtà, ma un eccentrico e immaginifico pastiche di culture, religioni e popoli reali assemblati in modo anacronistico: avremo così una Caerdicca Unitas e un'Aragonia (Italia e Spagna) dal sapore rinascimentale, un Khemet (Egitto) spiccatamente ellenistico, un'Alba e una Skaldia (Britannia e Germania) ancora ferme ad una società tribale, e così discorrendo. La geografia stessa è identica a quella reale: cambiano solo tempi e nomi dei luoghi. Il fulcro delle vicende è Terre d'Ange, una Francia alternativa che molti descrivono come rinascimentale, ma che a me ha dato più l'idea di uno splendido barocco seicentesco. Terre d'Ange è una nazione fondata da una schiera di angeli discesi sulla Terra centinaia di anni prima dell'inizio delle vicende. Tra questi, tre sono di fondamentale importanza nella saga: il Kushiel che le dà il nome, angelo del castigo divino; Elua, figlio del sangue di Yeshua e aborrito dall'Unico Dio; Naamah, angelo femmina legato alla sessualità e al piacere.
La cultura di Terre d'Ange si è sviluppata sotto il precetto di Elua, "love as thou wilt" ('ama a tuo piacimento'), dando così origine ad una società in cui l'amore non ha limiti né di età, né di genere, né di orientamento sessuale. E' nata inoltre un'organizzazione, la Corte dei Fiori Notturni, dedita interamente al culto di Naamah sotto forma di prostituzione sacra. All'interno di questa Corte troviamo all'inizio del romanzo la protagonista, Phèdre, la cui eloquiente voce narrante ci accompagna nelle sue avventure in giro per il mondo. Phèdre non è però solo una prostituta, ma viene allenata da un misterioso mentore per diventare una spia, in modo da sventare un complotto ai danni del trono di Terre d'Ange che si rivelerà ben più intricato di quanto sembrasse.

Kushiel's Dart è un romanzo bizzarro. Inutile dire che ciò che attrae di più l'attenzione al primo acchito è la sua forte componente erotica, che in molte scene prende toni che sfociano nella pornografia vera e propria, nonché in diverse situazioni sado-masochistiche. Quest'ultima considerazione è importante alla luce della natura di Phèdre, che si rivela ben presto essere marchiata da un dio: nel suo occhio sinistro è presente infatti il Dardo di Kushiel che dà nome al libro, segno che Phèdre è un anguissette, prescelta dell'angelo del castigo e quindi propensa per natura a trarre piacere dal dolore.
Non si deve però commettere l'errore di pensare che l'elemento erotico sia gratuito e inserito solo per conferire un tono scabroso al romanzo. Tutto è trattato non solo con la massima serietà, ma addirittura con sacralità: Phèdre è ciò che è in quanto reverente a tre divinità. Elua, sotto il cui precetto d'amore tutti sottostanno; Kushiel, di cui reca il marchio e la cui giustizia crudele deve servire per natura; e Naamah, di cui è serva come tutti i membri della Corte dei Fiori Notturni. E' in onore di quest'ultima che vende il suo corpo ai suoi patroni, stabilendo un tramite tra lei e la dea. Potrà sembrare inconcepibile ai più, ma la prostituzione sacra era una realtà molto diffusa nel vicino Oriente, specialmente in relazione a Grandi Madri come Ishtar, Astarte e anche Afrodite (ho scritto un racconto a tal proposito intitolato Testimoni della venuta di una dea per il concorso Ucronie Impure; a risultati annunciati lo pubblicherò).
E' raro che in un fantasy medio il tema religioso sia tanto significativo: spesso e volentieri le mitologie sono inserite come modo per dare sapore a mondi fantastici, ma in Kushiel's Dart la fede di Phèdre si respira, è viva, e le causa non pochi dubbi e problemi, specialmente nei libri successivi. Ho letto molte recensioni in cui si lamentava una certa blasfemia o dei toni erotici troppo accesi ma, lasciatemelo dire, sono problemi dei recensori, e non di certo del romanzo.

Passando alla storia in sé, il libro si presenta diviso nettamente in due parti: la prima, che tratta dell'infanzia e dell'addestramento a spia di Phèdre fino alla rivelazione dei piani dell'antagonista Melisande (che sarà la sua nemesi per tutta la durata della saga), e la seconda, in cui in coppia col monaco cassiliano Joscelin l'eroina si troverà alle prese con la minaccia degli Skaldi. Devo ammettere che ho trovato molto più interessante la prima, una vera girandola di sensualità, intrighi (anche fin troppo complessi), passioni, in cui si gode appieno del mondo creato dalla Carey. La seconda parte si adagia su toni un po' più convenzionali e, forse per questo, perde un po' del mordente che caratterizzava la prima.
Nonostante ciò, la trama è comunque robusta, è autoconclusiva - qualità rara in una saga - ed è tenuta in piedi da un buon cast di personaggi tra i quali spicca ovviamente Phèdre, protagonista donna per una volta pienamente consapevole delle sue capacità, dei suoi limiti, della sua intelligenza e della sua bellezza, che non scivola nel classico luogo comune della figa emancipata (passatemi il termine) e testarda. Meravigliosa Melisande, una delle migliori bitch che abbia mai letto: la sua relazione con Phèdre è interessante e verosimile, e la sfida che le lancia avrà degli strascichi significativi che proseguiranno per il resto della saga. Molto belli anche Waldemar Selig e Ysandre, ma soprattutto Anafiel Delauney, la cui storia struggente viene dipanata pian piano durante la prima parte (segnalo il bel racconto You, and You Alone - che tratta della storia d'amore tra Delauney e Rolande - uscito nell'antologia Songs of Love and Death curata da George Martin).

E' degno di nota lo stile di scrittura della Carey, sontuoso, elegante e dal tono un po' antiquato, ricco di termini come thus, mayhap, betwixt, e di eufemismi bizzarri (carinissimo 'perla di Naamah' per indicare il clitoride). Incredibile a dirsi, la valida traduzione di Elisa Villa gli fa onore.

Un libro da leggere. Non per tutti i gusti, forse, ma non per questo meno valido.


Il sito di Jacqueline Carey: http://www.jacquelinecarey.com/

giovedì 2 dicembre 2010

"The Gathering Storm" - La Ruota del Tempo: libro 12


Lo so, sono un po' in ritardo visto che vi sto parlando di un libro uscito più di un anno fa. Ma questo non è un blog che si occupa di recensire le novità, quanto piuttosto qualsiasi cosa che mi capiti di leggere: aspettatevi quindi recensioni che possono andare indietro nel tempo tanto quanto la Divina Commedia.

Per chi non lo sapesse, La Ruota del Tempo è una saga interminabile. E' iniziata nel lontano 1990 (sì, vent'anni fa!) ad opera di Robert Jordan, che non aveva previsto in realtà di raggiungere l'impressionante numero di volumi a cui sarebbe giunta la serie: 11 tomi, ognuno della lunghezza media di 800 pagine, scritti fino al 2005, anno che vide l'uscita di Knife of Dreams (La Lama dei Sogni). Il vecchio Robertone, resosi conto di aver allungato di molto il brodo, decise di terminarla con il dodicesimo volume, tirando le fila di innumerevoli trame, sottotrame, dei destini di un cast di personaggi colossale in un unico, enorme volume. Ma nel 2007 Robert Jordan muore. Fortunatamente per i fan che, dopo 20 anni, non avevano ancora visto la luce alla fine del tunnel della saga, Jordan aveva lasciato appunti, note, indicazioni su come la storia sarebbe finita, nonché intere sezioni scritte di quello che sarebbe stato l'ultimo volume, A Memory of Light. A terminare il colossale lavoro intrapreso da Jordan è stato scelto un giovane autore di nome Brandon Sanderson, conosciuto per la sua trilogia dei Mistborn.
Sanderson si rende conto che non sarebbe mai riuscito a racchiudere in un solo volume tutto il materiale rimasto in sospeso e, insieme alla vedova ed editor di Jordan, decide di dipanare il finale in tre volumi, il primo dei quali è questo The Gathering Storm.

Inizio subito col dire qualcosa che probabilmente mi renderà molto impopolare tra i fan di Jordan: il passaggio di redini tra i due autori ha portato una ventata di freschezza. La tecnica narrativa di Sanderson è molto diversa da quella di Jordan. Se quest'ultimo tendeva a racchiudere le vicende dei personaggi in grosse macrosequenze, il primo cambia velocemente prospettiva da un punto di vista all'altro, conferendo una dinamica leggera e 'saltellante' che fa piazza pulita dello stagnamento che la Ruota conosceva almeno dai tempi di A Crown of Swords (La Corona di Spade), per non parlare di quell'esperimento andato un po' male che è stato Crossroads of Twilight (Crocevia del Crepuscolo). The Gathering Storm tiene testa con orgoglio a Knife of Dreams, il grosso recupero in ritmo e focalizzazione degli argomenti che Jordan aveva prodotto prima di morire.

La voce narrante è indubbiamente diversa, ma lo spirito della saga è rimasto invariato. E non avrebbe potuto essere altrimeti dal momento che Sanderson ne è un fan fin dalla tenera età. I personaggi parlano ancora con le loro voci, sono autentici, sono quelli che conosciamo.
La storia si divide perlopiù tra le vicende di Rand, alle prese con l'oscurità che minaccia di inghiottirlo, e Egwene, sempre più risoluta ad ottenere il suo posto all'intero della Torre Bianca.
Rand è genuinamente tormentato: arriva al limite del lato oscuro non solo a parole, ma nei fatti. E' una lunga discesa verso la follia totale, una discesa che culmina però con un'epifania che mai mi sarei aspettato così convincente. Negli ultimi capitoli, trattanti la redenzione di Rand, la retorica non manca, ma sono resi in modo intelligente, tanto che ho trovato il finale uno dei migliori dell'intera serie (come l'intero libro, del resto).
Egwene, dal canto suo, si dimostra dotata di una volontà di ferro. La sua porzione di trama è molto bella: finalmente la spaccatura della Torre viene risanata (anche se le cicatrici rimangono), complice l'attacco Seanchan a lungo previsto. Certo, non mi ha mai convinto la natura di supergirl di Egwene, come nemmeno quella di molti altri personaggi femminili come Elayne o Aviendha. Tutte, Egwene in primis, dimostrano una saggezza e una velocità nei progressi personali piuttosto forzata per delle persone della loro età, soprattutto se consideriamo che le vicende narrate nel corso dei libri si svolgono nel giro di pochi mesi, e che abbiamo a che fare con personaggi ben più stagionati di loro sia in quanto ad età che ad esperienza che però finiscono per fare delle magre figure di fronte alle loro azioni. Nonostante questo il modo in cui si svolgono i fatti lascia soddisfatti, tanto da far soprassedere a difetti del genere che, del resto, sono un'eredità lasciata da Jordan.
Sono solo accennati gli altri personaggi. Perrin e Mat saranno i protagonisti del prossimo capitolo, Towers of Midnight, mentre qui spargono succose anticipazioni sugli eventi futuri. Elayne è del tutto assente. Aviendha parte per Rhuidean, lasciando aperte le speculazioni sull'esito del suo test tra le colonne. Fenomenale il ritorno di Verin, che risolve tutti i misteri gettati sul personaggio sin dalla famosa menzogna su Moiraine in The Great Hunt. Irrompono prepotenti nella narrazione altri personaggi fin'ora solo trattati marginalmente, come Ituralde (validissimo!) e Gawyn (da maltrattare).
Intriganti le subplot non ancora risolte, come le lettere di Verin e il salvataggio di Moiraine che non è ancora avvenuto, o l'uccisione di Masema ad opera di Faile che lo tiene nascosto a Perrin.

Insomma, il mio giudizio è positivo. Ammetto che nutro un sentimento di amore/odio per La Ruota del Tempo, e gli elementi che mi fanno propendere sia dall'uno che dall'altro alto sono presenti anche qui. Non li elencherò, risparmiandoli per un mega-post che farò dopo la conclusione della serie (sì, mancano ancora un paio d'anni, ma vabbè).

Ricordo che il penultimo volume è già disponibile nelle librerie internazionali: Towers of Midnight è uscito lo scorso 2 novembre.